Manuel Agnelli

test alla cieca, 8 brani a sorpresa ascoltati e commentati da Manuel Agnelli degli Afterhours

Fondamentalista di un suono duro e abrasivo? Cultore del maledettismo sonoro? No di certo: Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours, affonda il suo orecchio in ascolti a trecentosessanta gradi. Lo sottoponiamo al nostro blindfold test in occasione dell’uscita di Ballads For Little Hyenas, versione inglese dell’ultimo, ottimo album Ballate per piccole iene, proprio quando la band milanese si appresta a varcare l’oceano per un lungo tour internazionale.

 

1 — HÜSKER DÜ These Important Years

Hüsker Dü! A fine anni Ottanta preferivo di gran lunga la musica delle band americane rispetto a quella prodotta in Europa. Mi sembrava più sincera. Hüsker Dü, Replacements, Gun Club, Cramps, Alley Cats raccontavano le loro storie in maniera più schietta, sicuramente meno artistoide degli studenti d’arte inglesi che si mettevano a suonare. E poi gli Hüsker Dü sono stati gli inventori di quel suono che sintetizza melodia e rumore, così come i Pixies hanno inventato il grunge prima dei Nirvana costruendo canzoni con strofe svuotate a base di basso, batteria, cantato suadente e con ritornelli, invece, saturi di chitarroni e urli. Insomma i Pixies erano i Nirvana più bravi, ma più brutti!

 

2 — ARETHA FRANKLIN Drinking Again

O è la prima Billie Holiday o Ella Fitzgerald. Una voce più soul che qui canta jazz? Aretha Franklin! Negli Afterhours l’esperto di soul e jazz è Giorgio Prette, il batterista. A me piace molto il jazz classico, per esempio Coltrane, e in particolare Mingus per la sua capacità nell’orchestrazione e la ricerca sui timbri. Non mi fa impazzire il free jazz e l’avanguardia. In realtà non mi piace l’avanguardia in generale. Penso che quella rock faccia letteralmente cagare: una delle cose più noiose, presuntuose ma in realtà ignoranti che siano mai venute fuori. In ambito più mainstream, se i Sonic Youth dicono di fare rock’n’roll sono geniali, se dicono di fare avanguardia sono dei cialtroni!

 

3 — MARLENE KUNTZ L’uscita di scena

Un gruppo che imita i Marlene Kuntz? Ah, sono loro! (ride di gusto, ndr). Non avevo riconosciuto la voce di Cristiano Godano! Una band fondamentale. Quando li ho visti la prima volta, ai tempi di Catartica, sono rimasto a bocca aperta. I primi due album, Catartica e Il vile, sono importantissimi nella storia della musica italiana. Mi dispiace che abbiano un po’ mollato la forma-canzone perché lì erano unici. Mi infastidisce chi li paragona ai Sonic Youth. Loro sono di più: una sintesi di Sonic Youth, Gun Club, Nick Cave, ma anche un gruppo molto personale. Gli ultimi dischi, pur essendo curati e intelligenti, mancano un po’ di immediatezza.

 

4 — FRANCO BATTIATO Plancton

Qualcosa che appartiene al krautrock… No? Ma certo, deve essere un pezzo da Fetus, uno dei primi dischi di Franco Battiato! Non mi piace molto. Troppo intellettualoide. Non mi piace l’atteggiamento di chi costruisce dei sistemi teorici per giustificare le cose che fa. Insomma, le cose sono belle o brutte, emozionanti o non emozionanti, indipendentemente dalla motivazione che ha spinto il loro autore a crearle. E, secondo me, questo è valido per tutta l’arte.

 

5 — THE SMITHS There Is A Light That Never Goes Out

Gli Smiths! Come dici? Pensavi che a me non piacessero affatto? Ma scherzi? Ho un forte legame affettivo con la prima produzione di Morrissey e Marr. Sono stati un gruppo che ha segnato la mia adolescenza, non eroi tramandati da persone più grandi di me. Nel repertorio dei gruppetti che quando ero piccolo formavo con gli amici c’era sempre qualche loro pezzo, soprattutto i primi singoli, come Hand In Glove. Non ci credi? (Comincia a cantare Hand In Glove parola per parola, ndr).

 

6 — MARTHA WAINWRIGHT This Life

Ci provo: è Cat Power? Ani DiFranco? Ah, no, Martha Wainwright. Bene. Non l’avevo riconosciuta, ma apprezzo questo genere. Mi piacciono le ballate acustiche di Ben Harper, che un po’ mi portano alla mente Nick Drake. Oddio, ci sono anche tutta una serie di gattine lagnose, di persone che si cantano addosso. Ma non per questo rifiuto di ascoltare cose così, molto sottili ed eteree.

 

7 — KANYE WEST Hey Mama

Missy Elliott? Per quanto riguarda suoni e produzione, negli ultimi anni l’hip hop ha detto grandi cose. Citavo Missy Elliott perché è una delle artiste che più mi piace in assoluto. Gran parte dell’hip hop è più avanti del rock, che, in questo momento, è solo revival. Ho sempre sentito un’affinità elettiva con i Beastie Boys, il vecchio rap pesante, sociale, non quello gangsta, troppo “minchione”. E poi i Run-D.M.C., i Public Enemy e, perché no, i De La Soul. Ora ascolto 50 Cent e N.E.R.D. che hanno un gran gusto per la melodia. Odio, invece, certe produzioni italiane, che spingono sulle vite travagliate di gente il cui più grande problema è stata una bocciatura in terza media! Ma non faccio nomi.

 

8 — SIOUXSIE & THE BANSHEES The Passenger

The Passenger di Iggy Pop, troppo facile! Anzi, non proprio così facile... di chi è questa versione? Siouxsie! Li ho visti due volte dal vivo, a Londra e a Milano, ai tempi d’oro, quando alla chitarra c’era Robert Smith. Eccezionali. Si può amare o non amare quel periodo e quel genere musicale, ma bisogna ammettere che furono inventate nuove soluzioni musicali. Riascoltando alcune cose di allora, ad esempio i Virgin Prunes, mi accorgo che non tutto il materiale era alla stessa altezza e che è invecchiato molto. Ma Siouxsie e Bauhaus hanno ancora grande freschezza. Poi The Passenger, seppur sputtanatissimo, è uno dei miei pezzi preferiti. E Iggy pop è una persona simpatica!

 

ven, 7 apr 2006 - articolo di Mauro Petruzziello

Tag: Afterhours

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