Wildheart

Miguel

Wildheart

RCA/Sony

Voto: 4/5

Le parole che più ritornano quando si parla di Wildheart di Miguel sono: sexy/chitarre/Prince. Poi ci si imbatte in un pezzo come what’s normal anyway, il cui testo mette in fila tutte le perplessità di questo giovane musicista californiano circa la sua identità: poco nero per essere considerato nero, troppo nero per essere considerato un messicano, troppo consapevole per essere un pacifista, troppo fuori fuoco per essere stiloso. 

 

Si capisce che la normalità per Miguel, figlio di un messicano e di un’afroamericana, è un concetto troppo omologante e chi costruisce paradigmi per interpretare la realtà è destinato a vederli esplodere. E questo vale anche per le definizioni usate per la sua musica. Che ha una radice R’n’B – ed è vero che è sexy, chitarrosa e pure un po’ Prince per eclettismo – ma che di fatto diventa un territorio in cui non tanto si scontrano diverse influenze, ma si amalgamano in un sound compatto, fatto sì di tante chitarre elettriche ma anche di intelligente elettronica. 

 

Preceduto dal mixtape Wild, il terzo album di Miguel piacerebbe anche a Michael Jackson (NWA con Kurupt o waves), a chi si mette on the road nello spazio e nel tempo alla ricerca di un’immagine solare dell’America e trova la musica giusta che lo accompagna (leaves), e a chi non gradisce quella corrente troppo spigolosa della nuova black music e preferisce melodie che dopo il primo ascolto non ti lasciano più (a beautiful exit, Coffee, Simple Things). A colpi di dichiarazioni di superiorità da parte di Miguel su Frank Ocean, la lotta sui giornali è già iniziata. Ma poco importa. E forse annoia. Lasciate parlare la musica. Che qui davvero stende.

gio, 23 lug 2015 - articolo di Mauro Petruzziello

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