American Spring

Anti-Flag

American Spring

Spinefarm

Voto: 2/5

Il rischio di ogni attivista di lunga data è diventare a un certo punto, e a dispetto delle sue migliori intenzioni, un po' anacronistico e poco efficace. Il mondo cambia, non sempre per il meglio, i problemi sono sempre irrisolti, ma dovendo parlare a nuove generazioni, il linguaggio e le immagini dovrebbero adattarsi. Rimanere ugualmente potenti facendo appello a diversi sensi. Dal momento che con diversi sensi, oggi, si legge il presente. Da vent'anni gli Anti-Flag portano avanti instancabilmente una battaglia per le menti a colpi di punk tanto acido e tagliente da innescare – a loro dire – un reale cambiamento politico, eppure la loro missione ormai passa inosservata. L'album numero diciannove ha un titolo che incita all'azione, American Spring, ma la primavera americana è più utopia che concreta possibilità. 

 

Con riff affilati, ugole in fiamme, riverberi e ritornelli moderatamente aggressivi, si possono sottolineare l'immobilismo e la rassegnazione umana (Low Expectations), si può guardare ai Rancid scrivendo una lettera d'amore al socialismo (Brandenburg Gate), svelare con pennellate dark i terribili risvolti della drone-mania (Sky Is Falling), ribadire le parole del filosofo-attivista Cornell West e presentare un mondo sempre pieno di vecchi fantasmi (Fabled World), motivare con inni gli animi confusi (All of the Poison, All of the Pain), ribadire che sì, dietro l'appiattimento culturale a cui tende la vita moderna c'è altro (Walk Away), ma nessuna invettiva va realmente a segno. Per quanto, infatti, si può continuare a urlare allo stesso modo che la gente è apatica, la globalizzazione uccide e le guerre non sono mai finite, prima che tutti smettano di ascoltarti? A volte gli stessi, fondamentali messaggi centrano più efficacemente il bersaglio solo togliendo il pilota automatico, battendo strade alternative.

mer, 1 lug 2015 - articolo di Daniela Liucci

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