Wilder Mind

Mumford & Sons

Wilder Mind

Island Records / Universal Music

Voto: 3/5

No – spiacenti –, il banjo non c’è nel nuovo disco dei Mumford & Sons. Arrivederci e grazie dell’attenzione. Passate pure alla prossima recensione. Per chi, imperterrito, decide di andare oltre nella lettura, diciamo che tutta la questione mediatica sul terzo album della band londinese si sta giocando sulla mancanza del suddetto strumento. In realtà è vero che la clamorosa assenza del banjo dirotta questo disco verso atmosfere più “stadium-oriented”, ma di fatto la capacità di scrivere canzoni che conservano uno spirito notturno rimane inalterata, anche se qui c’è una maggiore concitazione elettrica che, a dire il vero, un po’ normalizza il suono dei quattro. 

 

Poi, diciamolo, anche quando il riferimento al country e bluegrass era presente, vale a dire su Sigh No More (2009) e Babel (2012), non rappresentava questa grande novità: è stato sempre interessante, invece, notare come il gruppo inglese facesse suo uno stereotipo nordamericano e come riuscisse a ricucire lo scarto fra una formazione che ambiva al rock e l'intimismo proprio di un certo cantautorato introverso, caratterizzato da musicisti con barbe incolte ma curatissime. Dovessimo indicare come si concretizza questa trasformazione diremmo i National che fanno festa con gli Interpol, rivelando una passione nascosta per gli a-ha. Niente di nuovo, quindi. Eppure altrettanto gradevole. Ma per favore: non nominate più il banjo.

lun, 22 giu 2015 - articolo di Mauro Petruzziello

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