The Magic Whip

Blur

The Magic Whip

Parlophone Records / Warner Music

Voto: 3/5

Questo è un disco dei Blur. Ovvietà. Ma questo è un disco dei Blur per varie ragioni. Soprattutto per una: dopo l’abbandono a metà lavorazione del precedente Think Tank, nelle fila della band è tornato il chitarrista Graham Coxon. E si sente. Tanto da rendere tutte le altre ragioni un corollario di questa. Perché per buona parte dell’album i Blur tonano a fare i Blur, quelli impastati di Brit Pop (Lonesome Street), degli anthem per far zompare le arene (Go Out, I Broadcast), un po’ cazzoni (Ong Ong). Certamente non mancano le deviazioni verso altre strade, più mature e adeguate all’evoluzione del gruppo, specialmente quelle percorse da Damon Albarn da solista (New World Towers, Ice Cream Man, My Terracotta Heart). 

 

Eppure questi non sono solo i Blur dell’epoca d’oro, né quelli che dodici anni fa avevano tirato fuori dal cappello un disco bellissimo che sovvertiva qualsiasi formula (il già citato Think Tank). E neanche qualcosa di diverso: c’è ancora la voglia e la capacità di scrivere grandi pezzi (la lunare Thought I Was A Spaceman, There Are Too Many Of Us, Pyongyang e la conclusiva Mirrorball che occhieggia a sonorità asiatiche), ma The Magic Whip è un album di brani slegati fra loro, che nutrono un po’ di nostalgia del passato, poi un po’ guardano avanti senza però avanzare con decisione. Si potrebbe dire un disco interlocutorio, se questo non risultasse offensivo per una band che ha fatto passare un’eternità tra il precedente e il nuovo lavoro. Non proprio una “frusta magica”. Piuttosto un frullatore impazzito che non riesce a regolare la sua velocità.

 

 

 

mer, 27 mag 2015 - articolo di Mauro Petruzziello

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