Black Messiah

D'Angelo And The Vanguard

Black Messiah

Rca

Voto: 5/5

Non lo aspettavamo quasi più. E lui è arrivato a sorpresa, in anticipo, come a voler rispondere ai recenti tumulti che hanno sconvolto non solo la comunità afroamericana, ma l'America intera, quella del primo presidente nero, dove la polizia – da Ferguson a Staten Island – uccide persone disarmate. Cancellando decenni di sacrifici e lotte in nome dei diritti civili e paventando l'arrivo di un nuovo Jim Crow. D'Angelo l'avevamo lasciato a Voodoo (2000) e a quattordici lunghi anni di calvario personale e di silenzio, rotto sporadicamente con la promessa di un ritorno. Mai realmente mantenuta, almeno fino al giorno in cui Black Messiah ha visto la luce.

 

Realizzato con un ristretto gruppo di collaboratori (Questlove, Pino Palladino, Roy Hargrove, Kendra Foster, Q-Tip), l'album numero tre dell'ex re del neo-soul è destinato a scatenare una caccia al paragone, chiamando in causa Smile dei Beach Boys, There's A Riot Going On di Sly & The Family Stone, What's Going On di Marvin Gaye e l'opera omnia di Prince. Fin dalle prime battute, distorte e quasi ultraterrene di Ain't That Easy, tuttavia, chiede solo di avere fede e diventare testimoni oculari dell'incontro tra il funk del passato e quello del futuro. Quel sound, infatti, D'Angelo lo decostruisce e riassembla in paesaggi di overdubbing e dissonanze, tingendolo con l'eco del flamenco (Really Love) e influenze latin-jazz (Betray My Heart); modellandolo con patchwork sonori e ritmiche militanti di derivazione hip-hop dei Novanta (1000 Deaths); impastandolo con il blues acustico (The Door); sistemandolo a metà tra “segni dei tempi” e “paradisi passatempo” (The Charade, Sugah Daddy), azzardando sentieri psichedelici (Back To The Future Pt. 1 e 2), distorcendo radici gospel (Till' It's Done (Tutu)), ricamando eterei falsetti soul (Another Life).

 

Non c'è spazio per le formule rodate della black music contemporanea, per produttori di grido, manifestazioni di potere e megalomania, slogan o refrain da intonare in un sit-in. La sua protesta sta nell'esporre le ferite, personali e sociali, la vulnerabilità che diventa solidarietà e poi forza. Perché “non si tratta di osannare un solo leader carismatico, ma di celebrarne migliaia. È la sensazione che, collettivamente, noi tutti siamo quel leader”. Se vi chiedevate in che condizioni fosse D'Angelo e – parafrasandolo – non vi riferivate ai suoi addominali, Black Messiah è la migliore risposta.

mer, 21 gen 2015 - articolo di Daniela Liucci

Commenti

  • mauro
    mauro
    24 gennaio 2015, 11:31
    Recensione pazzescamente bella e intelligente per un disco davvero difficile.

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