
Ty Segall Band
Slaughterhouse
In the Red

Chi ha detto che, nell'era dei tête-à-tête musicali con laptop superaccessoriati, chiudersi in cantina e sfuriare la propria urgenza creativa sullo strumento di turno fino a consumarlo è qualcosa di nostalgicamente agée? Di certo non Ty Segall, icona indie di San Francisco e santo patrono del garage rock, che a pochi mesi dall'esperimento Hair con White Fence torna a provare il contrario, con l'impeto distruttivo e la furia elettrica del passato rilanciati nel presente e possibilmente nel futuro. Voglio fare un disco pesantissimo: rock spaziale cattivo, ha detto. Slaughterhouse, primo album registrato con la band che lo segue in tour, non è propriamente rock futurista, né un efferato bagno di sangue come suggerirebbe il titolo, ma un'esplosione di pura frenesia chitarristica, rabbiosa, ferale, abrasiva, in grado di svegliare e mettere a confronto tutti i demoni interiori per una lotta per la sopravvivenza. O per l'annientamento, dipende dai punti di vista, perché questo garage-punk-rock esasperato, ostinatamente lo-fi, contaminato da ispirazioni sixties e mai fine a se stesso, ha anche un forte potere catartico. Dall'assalto totale di feeback di Death, al bruciante delirio di I Bought My Eyes, dalle influenze beatlesiane di Oh Mary e Tell Me What's Inside Your Heart alla fangosa e minacciosa marcia di Wave Goodbye, dai tetri scenari delle cover That's the Bag I'm In (Fred Neil) e Diddy Wah Diddy (Bo Diddley/Willie Dixon) il cui soffocante incedere è spezzato da un ironico fuck this fucking song! I don't know what we're doing!, fino ai dieci indiavolati minuti finali di Fuzz War, in cui le esplorazioni noise cancellano la forma canzone, è tutto un viaggio di andata e ritorno nell'oscurità, da compiere a pieno volume. Finita la lotta, staccata la spina, si tira un sospiro di sollievo. E ci si rende conto di essere ancora vivi.
ven, 13 lug 2012
- articolo di Daniela Liucci
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