LA FUGA DI MARTHA

T. Sean Durkin

LA FUGA DI MARTHA

Voto: 5/5

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She's just a picture, who lives on my wall. She's just a picture that's all. Alcune destabilizzanti esperienze di vita, alcuni oscuri incontri sono destinati a trasformarsi in fotografie appese a una parete. Rimangono lì, immobili e apparentemente innocue, con il subdolo potere di tormentare l'anima e la mente. Quelle della giovane Martha sono istantanee di un passato prossimo a cui ha voltato le spalle senza guardarsi indietro, memorie di un tempo in cui fu affettuosamente ribattezzata Marcy dall'ambiguo e paterno leader di una setta religiosa, in cui tutte le adepte, al telefono, erano semplicemente Marlene. Riappropriarsi di un nome e una personalità, tuttavia, non significa automaticamente riabbracciare la vita con gioia, ma perdersi nelle ossessioni e paranoie di una psiche vessata e incapace di distinguere tra realtà e ricordo, normalità e anormalità.

 

La fuga di Martha riduttiva traduzione italiana del più congeniale Martha Marcy May Marlene opera prima di T. Sean Durkin e premio per la migliore regia al Sundance 2011, è la pregnante raffigurazione dei postumi di un trauma, narrato per flashback paralleli, colori freddi, contorni labili e pennellate minimaliste, con una chirurgica eliminazione del superfluo sullo stile dei vecchi thriller. Un racconto in slow motion di ferocia, brutalità, terrore, manipolazioni, violenze fisiche, promesse devianti, sacrifici e paranoie, giocato sul contrasto tra la natura bucolica e la memoria di ripetuti orrori. Perché il dolore non ha l'abilità di ricomporsi velocemente, ma serpeggia, muta e rimane attaccato addosso. E traspare, in tutta la sua disarmante potenza, sul viso candido di Elizabeth Olsen, esordiente con un futuro da star. Così come s'insinua, degenerato, dietro il rassicurante e ambivalente ghigno di John Hawkes, perfetto nel reincarnare un emulo di Charles Manson, seducente e deviato, capace di incantare con la voce (e una deliziosa cover di Marcy's Song di Jason C. Frank) e violare con il corpo ragazze confuse. Non c'è spazio per altre domande, per approfondimenti psicologici. A Durkin interessa il momento presente. Lasciando, anche nel finale, che sia lo stesso spettatore a darsi la risposta e a creare una cornice. Come per una foto in cui è cristallizzata un'immagine più che eloquente.

mer, 23 mag 2012 - articolo di Daniela Liucci

Tag: film  Movies

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