T. Sean Durkin
LA FUGA DI MARTHA

La fuga di Martha riduttiva traduzione italiana del più congeniale Martha Marcy May Marlene opera prima di T. Sean Durkin e premio per la migliore regia al Sundance 2011, è la pregnante raffigurazione dei postumi di un trauma, narrato per flashback paralleli, colori freddi, contorni labili e pennellate minimaliste, con una chirurgica eliminazione del superfluo sullo stile dei vecchi thriller. Un racconto in slow motion di ferocia, brutalità, terrore, manipolazioni, violenze fisiche, promesse devianti, sacrifici e paranoie, giocato sul contrasto tra la natura bucolica e la memoria di ripetuti orrori. Perché il dolore non ha l'abilità di ricomporsi velocemente, ma serpeggia, muta e rimane attaccato addosso. E traspare, in tutta la sua disarmante potenza, sul viso candido di Elizabeth Olsen, esordiente con un futuro da star. Così come s'insinua, degenerato, dietro il rassicurante e ambivalente ghigno di John Hawkes, perfetto nel reincarnare un emulo di Charles Manson, seducente e deviato, capace di incantare con la voce (e una deliziosa cover di Marcy's Song di Jason C. Frank) e violare con il corpo ragazze confuse. Non c'è spazio per altre domande, per approfondimenti psicologici. A Durkin interessa il momento presente. Lasciando, anche nel finale, che sia lo stesso spettatore a darsi la risposta e a creare una cornice. Come per una foto in cui è cristallizzata un'immagine più che eloquente.
mer, 23 mag 2012
- articolo di Daniela Liucci
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