The Shins
Port Of Morrow
Aural Apothecary

Pare che non si possa parlare degli Shins senza citare Natalie Portman che li fa ascoltare a Zach Braff in Garden State. È una cosa piuttosto fastidiosa, e chissà poi quanto sarà fastidiosa per James Mercer, trattato sempre come se l'unico momento rilevante della sua carriera fosse una scena in un film "tanto-carino-tanto-indie". Però non si può negare che un motivo c'è, se quella scena è rimasta marchiata così a fondo nell'immaginario musicale degli ultimi anni: il motivo è che quello è stato uno dei momenti chiave del passaggio semantico da Indie = Indipendente a Indie = Hipster con la reflex, che vede solo film passati al Sundance e serie tv che abbiano nella colonna sonora pezzi di Shins/Fleet Foxes/Wilco/Band Of Horses.... E quindi, piaccia o meno, questo è il mondo a cui fare riferimento quando esce un nuovo album degli Shins. Anche questo? Anche questo.
Mercer, pure con nuova formazione e nuovo produttore, si conferma un maestro del genere, un autore sopraffino di canzoni che rasentano la perfezione pop, sia quando fa ballicchiare e battere le mani (The Rifle's Spiral's), sia quando si apre in un'epicità vagamente arcadefireiana (Simple Song), o quando tocca le corde di un romanticismo un po' nazional-popolare. Sì, perché diciamolo: l'indie-pop sa diventare anche stucchevole quando è troppo carino, succede per esempio nell'oltremodo banalotta It's Only Life, mentre September è un pezzo in bilico ma si salva. In definitiva, Port Of Morrow non è l'album che ci cambierà la vita (cit. sempre lei, Natalie Portman), ma è, come al solito, diabolicamente perfetto come soundtrack delle nostre passeggiate con la reflex.
mar, 8 mag 2012
- articolo di Letizia Bognanni
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