THE LADY

Luc Besson

THE LADY

con Michelle Yeoh

Voto: 2/5

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Non è il potere che corrompe, ma la paura. La paura di perdere il potere corrompe chi lo esercita e la paura dell'oppressione del potere corrompe chi vi è assoggettato. Aung San Suu Kyi, attivista e politico birmano, simbolo vivente della lotta per la democrazia e i diritti civili e premio Nobel per la Pace nel 1991, dal 13 novembre del 2010 è finalmente una donna libera. Un decreto ha posto fine alla lunga e dolorosa prigionia, tra arresti domiciliari e semi-libertà, iniziata alla fine degli anni Ottanta quando in Birmania salì al potere il generale Saw Mauang. A lei sono stati dedicati inni sacri come la celebrativa Walk On degli U2 o la dolce Unplayed Piano di Damien Rice. A lei, Luc Besson dedica una dichiarazione di amore incondizionato in forma di biopic. Almeno nelle intenzioni.

 

Né documentario, né pura fiction, The Lady si muove nel mezzo, come il classico compito in classe ben svolto, tentando a fatica di restituire l'anima profonda e la carica umana, oltre che politico-sociale, della donna che Time Magazine ha soprannominato "Orchidea d'Acciaio". E lasciando che uno sterile processo di beatificazione sconfessi il desiderio di raccontare la donna dietro il mito, non solo a causa della mancanza di informazioni dirette e fonti primarie, ma per l'assenza di un illuminato slancio di immaginazione. Nelle mani del regista francese, infatti, Aung San Suu Kyi semplicemente Suu per i familiari diventa una donna che accetta il suo destino per vocazione e inerzia, senza mai mettersi in discussione o abbandonarsi a un vero dubbio, capace di grande compassione per il suo popolo quanto di un indolenzito interesse per i suoi cari e di una latente forma di annullamento dell'istinto materno. L'amore, in senso globale, aleggia ma manca di reali definizioni e incarnazioni, nonostante le intense interpretazioni della protagonista, Michelle Yeoh e, soprattutto, di David Thewlis, nei panni dell'amorevole, tormentato e devoto marito. Lo scenario storico-politico e i suoi risvolti, nella loro atroce complessità, vengono accennati, sono raccontati per sommi capi, patinati e sacrificati in nome di una storia che ripiega inevitabilmente su se stessa e galleggia in superficie. E che, a dirla tutta, risulta anche un po' ingiusta nei confronti di un'icona e un simbolo di lotta e di pace meritevole di ben altra cura.

ven, 23 mar 2012 - articolo di Daniela Liucci

Tag: film  Movies  luc besson

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Commenti

  • ariella
    ariella
    25 marzo 2012, 12:17
    anche ammesso che sia solo un "compito in classe ben svolto" il film è di grande efficacia; la compostezza emotiva e la riservatezza della protagonista fanno parte di una cultura diversa dalla nostra e sarebbe stato un errore attribuirle modalità di comportamento occidentali. Credo che riuscire a parlare di cose atroci con questa misura sia ben più efficace che mostrarle in tutta la loro efferatezza.

  • Greta
    Greta
    25 marzo 2012, 18:20
    sono dubbiosa. "Calligrafico" forse è l'aggettivo migliore, ma anche piuttosto noioso. Non basta una buona causa per fare un buon film, ci vuole anche il film! Poi come boomerang sembra quasi suggerire che il Nobel fu più che altro un fatto mediatico.. Possibile?

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