
The Magnetic Fields
Love At The Bottom Of The Sea
Domino

L'attesa è durata lo spazio di tre album (i, Distorsion e Realism). Ora, finito il digiuno depurativo e creativo, Stephin Merritt è pronto a rispolverare i sintetizzatori perché diano voce e colore alle sue pene d'amor non corrisposto. E perché, insieme a una barba nuova di zecca, provino a diluire e sbiadire per quanto possibile l'indelebile ricordo di 69 Love Songs, costruendone uno nuovo di zecca. Direttamente proveniente da un fondale marino in cui più che sirenette circondate da sognanti scenari disneyani e, abitano, come in un sogno psichedelico-acquatico, singolari creature, fiere della loro unicità e sempre capaci di trovare il lato ironico e meno ovvio della realtà. Tutto, infatti, è relativo anche la cosiddetta verità. E tutto è sfacciato, sgargiante, capriccioso, irriverente anche quando il periodo di astinenza lascia un prezzo da pagare in termini di avventure sonore. Che risultano piuttosto timide e mai in grado di superare il muro di cinta della comfort zone. Love At The Bottom Of The Sea è rapido, intenso, divertente, quasi un gioco per testare la capacità di compiere ancora strane alchimie. L'elettronica investe tutto come un onda: alta e potente quando danza con il synth-folk di Andrew In Drag, con il pop à la Beach Boys di I'd Go Anywhere With Hugh e The Only Boy in Town, con la new wave di Infatuation (With Your Gyration) con il rock buio di I've Run Away to Join the Fairies o con la solarità tex-mex di All She Cares About Is Mariachi; bassa e flebile quando tende a riportare di nuovo a riva vecchi oggetti che sembrano ormai aver perso valore e mordente. Ma ancora in grado di dispensare sorrisi. Chi non ha particolarmente gradito la fase acustica dei Magnetic Fields, troverà una breve ma soddisfacente anche se non del tutto purificante boccata d'ossigeno. Chi al contrario preferiva quella vecchia trilogia, potrà sempre sperare. 34 minuti passano in fretta.
ven, 23 mar 2012
- articolo di Daniela Liucci
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