Baustelle
I mistici dell'Occidente
Atlantic

Sfortunati quelli, come i Baustelle, che devono ripetersi dopo aver fatto un capolavoro. Ma d'altronde in questa situazione ci si sono infilati loro, dando vita un paio d'anni fa all'epico album Amen. Che poi ripetersi non è neanche la parola giusta, né un obbligo, almeno si spera. I Baustelle infatti deviano quel tanto apportando una serie di "correttivi", che elencati così sembrano studiati, ma poi magari non lo sono affatto. Primo, i testi. Intriganti come sempre, da esplorare ma non da districare, e soprattutto rivolti stavolta più all'ambiente interno che non a quello esterno, la realtà là fuori, che pure interessa. Secondo, il sound. Con Bianconi al timone, coadiuvato da Pat McCarthy (già con R.E.M., Waterboys e U2), risulta meno pomposo e pieno che in Amen, dove non restava mai neanche uno spazietto libero, ma ancora più ricco e rifinito, meno anni Settanta, ma un passettino indietro fino ai Sessanta. Ecco allora il singolo Gli Spietati così tanto beat (cfr. Rokes di Che colpa abbiamo noi), le "buone vibrazioni" western, e vai con Morricone, de La bambolina e di Groupies, l'assalto chitarristico alla Peter Buck di La canzone della rivoluzione. Cosa manca? Qualcosa sul lato compositivo, due o tre pezzi che restano "seduti" proprio quando dovrebbero decollare, e la scelta, questa sì, di limitare i duetti e non solo — Rachele Bastreghi figura molto meno come prima voce — il che toglie un'intera scala di tonalità all'affresco. Insomma, interlocutorio ma con brio, e le occasioni per crescere (con gli ascolti) gliele daremo tutte con piacere.
sab, 3 apr 2010
- articolo di Gabriele Guerra
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