INVICTUS

di Clint Eastwood, con Morgan Freeman

INVICTUS

Voto: 4/5

L'11 febbraio 1990, giorno della liberazione di Nelson Mandela, il Sudafrica è un paese ancora diviso in due, profondamente, perfino nello sport. I ragazzini neri giocano a calcio a piedi scalzi su un campo di polvere a cui manca solo il filo spinato intorno; dall'altra parte della stessa strada i coetanei bianchi, per lo più biondini, divisa inamidata, praticano il nobile rugby su un prato da circolo del golf. Didascalico ma efficace. Cinque anni dopo, in occasione dei mondiali di rugby giocati in casa, sarà proprio lo sport — un solo sport e una sola squadra, gli Springboks — a favorire il primo grande momento di aggregazione nazionale. Soprattutto per intuizione di Madiba, nomignolo di Mandela, e del suo lungimirante calcolo, non semplicemente politico, ma umano.

 

IL REGISTA - Clint Eastwood sposa il progetto di un film solare, positivo, basato sul crescendo di entusiasmo, mettendo da parte la cupezza dei suoi tanti precedenti. Sullo sfondo di uno stadio incantato dalla palla ovale, ovviamente i grandi temi ci sono: la fine dell'apartheid, l'ascesa di un personaggio simbolo dei nostri tempi, il superamento delle differenze in nome delle somiglianze. Alcune carrellate dal campo sembrano trasformare lo stadio Ellis Park di Johannesburg in un moderno Colosseo (in parte digitale, come quello di Ridley Scott), ma Eastwood resiste alla tentazione di fare dei giocatori i nuovi gladiatori, preferendo una cronaca asciutta ma creativa, artistica e realistica insieme.

 

SPORT AL CINEMA - Nemmeno John Huston riuscì a rendere credibili i dribbling di Pelè in Fuga per la vittoria, e i film sportivi in genere sono quasi sempre una trappola. Anche mischiando veri professionisti agli attori, l'azione genera quasi sempre un effetto ridicolo. Non qui, a parte qualche ingenuità (vedi i calci di inizio e la touch, in cui nel '95 non si potevano sostenere i compagni). All'accurata preparazione — lo stesso Matt Damon è stato allenato da Chester Williams, l'unico giocatore di colore tra gli Springboks dell'epoca — si affianca un casting maniacale, fatto di quasi sosia dei vari Jonah Lomu, Andrew Mehrtens e Mark Ellis. Eastwood inoltre schiera in squadra anche il figlio Scott, nel ruolo di Joël Stransky, anche lui pistolero occhi di ghiaccio, zero parole e mira perfetta (nei calci piazzati).

 

MANDELA E IL CAPITANO - Morgan Freeman è impressionante, immedesimazione reale più che semplice recitazione. L'attore — che è anche coproduttore, primo sponsor del progetto, amico personale di Madiba — è capace di catalizzare un'ottima chimica con Matt Damon nel ruolo del capitano della nazionale, Francois Pienaar. Il ragazzone ha tanti muscoli quanta sensibilità, e diventerà così la sua testa di ponte all'interno della squadra, motivando un gruppo che crede ancora poco nella sua forza e nel suo ruolo rappresentativo. Le squadre si forgiano in campo ma anche nella vita, tanto che Mandela crea subito un team misto, di bianchi e di neri, anche intorno a sé, gli uomini della sua sicurezza, prima diffidenti, poi cooperativi come da copione e da morale.

 

SOUNDTRACK - C'è qualcosa che non va nella colonna sonora, soprattutto per noi italiani. Accanto a un bell'accompagnamento fatto di brani etnici e corali del Sudafrica, spunta qua e là l'Invictus Theme, pericolosamente simile alla nostra 'O sole mio e proprio per questo motivo abbastanza disturbante.

 

PARABOLA - Morgan Freeman ha definito efficacemente la storia di Invictus una parabola, più che una metafora, perché dentro c'è una fede, una filosofia, che trascende le religioni e la politica di bandiera, parlando all'uomo e al suo spirito collettivo. Parabola va bene anche per un altro motivo: è la traiettoria di un preciso drop che può fare la differenza fra la sconfitta e la vittoria più esaltante.

 

ven, 26 feb 2010 - articolo di Gabriele Guerra

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