Joe Johnston
WOLFMAN

Remake di un film del 1941, The Wolf Man (scritto staccato), ma anche di un intero genere, quello rappresentato dai cosiddetti Universal Horror, ovvero la lunga serie originale di mummie, vampiri, Frankenstein, mostri della Laguna Nera — e relativi attori icona: Bela Lugosi, Lon Chaney, Boris Karloff — che partendo dall'America insegnarono al mondo l'ABC del film "de paura", tra gli anni '20 e '50. Intento lodevole, romantico e filologico da una parte, di cassetta dall'altra, com'è giusto che sia (così come alle origini), ma difficilissimo da realizzare, soprattutto per quanto e come sono cambiati pubblico e "grammatica" al cinema.
Prova ne sia la lunga gestazione, fatta di ripensamenti, cambi in cabina di regia, di sceneggiatura e di montaggio, e i tanti rinvii della data di uscita (l'ultimo per perfezionare gli effetti speciali). Ieri non è oggi. Il pubblico non sopporta le attese, il vedo/non vedo in penombra, per cui il mostro, l'azione, la velocità, partono subito in quarta, a scapito di un'affascinante atmosfera di mistero, che infatti non c'è.
Hopkins, magistrale nonostante tutto, sviluppa il tema relativamente nuovo della "addiction" del licantropo, sorta di dipendenza da trasformazione, ma deve piegarsi a un finale dai connotati, è il caso di dirlo, anche un po' grotteschi. Benicio "Che" Del Toro — qui anche produttore — sembra invece destinato a soffrire della sindrome del rivoluzionario argentino, una seconda pelle che faticherà a togliersi dopo la pazzesca incarnazione di Guevara nel doppio film di Steven Soderbergh.
L'omaggio al passato è fallito, soprattutto la pretesa di una sua riattualizzazione ancora più vintage dell'originale. Meglio fare come John Landis, che con il cult Un lupo mannaro americano a Londra si abbandonò completamente alla sua epoca, gli anni '80, creando un classico a suo modo degno degli originali.
ven, 19 feb 2010
- articolo di Gabriele Guerra
Tag: Movies Benicio Del Toro Anthony Hopkins
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