Le Vibrazioni
Le strade del tempo
RCA

Quando la strada di una band arriva al quarto pit stop, i tempi sono maturi per tirare le somme. In arte i numeri non significano nulla, per carità, ma nel music business l’ammontare di unità vendute conta eccome. Le 350.000 copie dell’esordio discografico targato 2003 per Sarcina & Co. sono diminuite progressivamente di pubblicazione in pubblicazione, fino alle 180.000 dell’ultimo album in studio, Officine meccaniche. Crisi a parte, ci piace leggere l’involuzione di popolarità della band milanese come la spiacevole conseguenza di una maturazione artistica. Dalle vette delle hit parade a un'attitudine più propriamente “underground”, Le Vibrazioni sembravano aver invertito la rotta lasciando l’autostrada per una meno agevole – ma lodevole – mulattiera. E visto che di strade si parla, è lecito chiedersi: in che direzione si muove Le strade del tempo? Purtroppo abbiamo a che fare con un passo indietro, una retromarcia, o peggio una brusca inversione a U. A dispetto della lunga gestazione, il quarto album de Le Vibrazioni suona come un pentimento evolutivo, almeno per quel che concerne l’aspetto compositivo.
La quasi totalità delle 11 tracce tradisce un tentativo palese di ricalcare l’ovvietà melodica dei tormentoni dell’esordio. Va così, Parlo col vento, Senza indugio, Oggi no, sono brani melensi cammuffati con abiti finto rock, in cui ossessivi ritornelli in ottavi stupiscono per prevedibilità.
I testi, poi, sono forse l’aspetto più fiacco di tutto il copione. Basti sezionare il singolo Respiro: tra il bucolico e lo stagionale, insomma l’ennesima lirica ricamata sulla figura retorica delle stagioni intese come metafore di vita. Da una band non ci si aspetta necessariamente la penna del cantautore, ma in passato Sarcina ha saputo dimostrare ben altra vena.
Ma nel deserto creativo, Le Strade del tempo nasconde alcune oasi per dissetarsi. In primis la fattura: gli arrangiamenti, il sound più in generale, valgono il prezzo del biglietto, e la mano di Marco Trentacoste in veste di produttore e collaboratore si fa sentire. Spiccano le carezze d’arpa di Cecilia Chailly in Le sirene del mare – uno dei brani più evocativi in assoluto – e il sonatismo pianistico di Ridono gli dei.
Ridono gli dei è forse il brano più profondo dell’album. Non a caso è l’unico anello di congiunzione tra Officine e Le strade; unico punto di continuità di un percorso coraggioso, a cui speriamo Le Vibrazioni non abbiamo completamente rinunciato.
il videoclip di Respiro
mar, 9 feb 2010
- articolo di Luca Cacciatore
Tag: Le Vibrazioni Rock Album Cd
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