Rob Marshall
NINE

Portare sul grande schermo un musical storico — in scena dal 1982 — è di per sé un'impresa rischiosa. Canzoni, coreografie, scenografie hanno un bisogno viscerale del contatto con il pubblico, della combustione spontanea che è capace di generare la sacca d'aria tra palco e poltrone. Portare sul grande schermo un musical dichiaratamente ispirato a un capolavoro come 8 ½ di Federico Fellini, poi, è come un suicidio annunciato in mondovisione. E non serve a nulla cambiare punto di osservazione. Anche a volerlo considerare un'opera indipendente e slegata dai suddetti contesti, Nine è un film fragile, esile, in bilico tra un preparatissimo e iperattivo cast e l'esiguità di una trama statica. Il Guido Contini di Daniel Day-Lewis, regista in crisi esistenziale e professionale alle prese con la sua nona pellicola, è quasi annichilito dal turbinio di donne che popola la sua vita – moglie (Marion Cotillard), amante (Penélope Cruz), madre (Sophia Loren), musa (Nicole Kidman) – tanto da risultare più un bell'addormentato che un surreale sognatore. La colonna sonora, Be Italian inclusa, non ha il mordente e il brio necessari per lasciare il segno. L'Italia è un rosario di stereotipi recitato a memoria da generazioni, che ormai ha perso freschezza, furbamente rivitalizzato da un tocco di burlesque e una fumosa patina di jazz era. Rob Marshall, dopo Chicago, tenta di tenere il passo di Bob Fosse e Baz Luhrmann, ma ha ancora il fiato troppo corto.
mer, 20 gen 2010
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