Norah Jones
The Fall
Blue Note

Altro che foglie morte. Per Norah Jones, l'autunno è la stagione del rischio. Congedato il pianoforte, salutata la vecchia band — soprattutto Lee Alexander, suo fidanzato storico – la regina del pop-jazz si lascia sedurre dalle chitarre di Marc Ribot e Smokey Hormel, dal genio creativo di Ryan Adams e Will Sheff degli Okkervil River, e si affida alle cure del produttore Jacquire King (già com Tom Waits, Langhorne Slim, Kings of Leon). The Fall è come una seconda gioventù per Norah, fresco e rinvigorente come una pozione magica in grado di spazzare via quell'involucro di “vecchiaia artistica” che avvolgeva i suoi primi tre lavori. Spiritosa, schietta, ironica, dopo essersi nascosta dietro side project corali come El Madmo e Little Willies, Miss Jones si mostra senza filtri e torna una contemporanea trentenne che vive, soffre, gioisce e sperimenta la vita. Certo, i palpiti del cuore ferito sono sempre al centro del suo universo, ma è la cornice a mutare. Il tour de force emozionale è sollecitato da una voce più sgranata, con le chitarre metalliche e la sottile patina elettronica in perfetto equilibrio (Stuck, Even Though, Man of the Hour). Il suo classico marchio di fabbrica è ancora presente e qualche volta tenta di riprendere il sopravvento (You’ve Ruined Me), ma la trasformazione ha appena avuto inizio. E se non dovesse essere definitiva, ci si può almeno godere un gradevole intermezzo.
gio, 3 dic 2009
- articolo di Daniela Liucci
Tag: Norah Jones Album Pop
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