Marissa Nadler
Joe's Pub - New York
4 marzo 2009

Marissa è timidamente orgogliosa. "Domani", dice quasi di sfuggita, "uscirà il mio nuovo album, Little Hells". Non c'è verso di capire se quella timidezza nasca da una malcelata spocchia o da vera e propria ritrosia. Quello che invece difficilmente sfugge è la profondità dell'ispirazione che, durante tutto il concerto, si trasforma in un'atmosfera densa e spettrale. Perché la musica della cantautrice del Massachusetts nasce proprio su quella soglia che divide orrore e leggiadria. Canzoni scarne che narrano di Silvia incontrata nel ventre della balena (Silvia), di facce sognate durante un'estate messicana (Mexican Summer), di inverni che passano lasciando solo il ricordo della giovinezza (Box Of Cedar). Su tutte aleggia un senso di morte. A tratti (come nella straordinaria Dying Breed) sembra quasi di ascoltare una Joan Baez infatuatasi del cantautorato indie più sghembo. Dopo una manciata di brani eseguiti solo con voce e chitarra, una band ombratile e capace di un tocco soffuso fa da sfondo all'arpeggio della Nadler. Ma, complice un vestito rosso che fiammeggia nel buio del locale, gli occhi sono solo su di lei e le orecchie e il cuore vengono devastati da quelle note che paiono arrivare da una terra di sconfitte. A concludere il set, la cui unica pecca è la troppa omogeneità dei brani, una solitaria cover di I'm On Fire di Bruce Springsteen.
mer, 11 mar 2009
- articolo di Mauro Petruzziello
Tag: Live Marissa Nadler Folk Songwriting
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