Verdena: questo Requiem vi sveglierà

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Essere la cosa nuova del panorama rock di unintera nazione è unaspettativa che può pesare. Ma in ultima analisi i bergamaschi Verdena sono proprio questo: la punta di unonda rock che dagli anni 90 in poi ha risvegliato lassonnata Italia musicale. In molti credono che il loro quarto disco, Requiem possa trasformarli nel top act del decennio. Per capirlo li abbiamo incontrati in un appartamento milanese, dove understatement sembra essere la parola dordine. Fin troppo, visto che la bassista Roberta dopo i saluti si allontana. Restano a parlare gli apparentemente timidi fratelli Ferrari: Alberto (voce e chitarra) e Luca (batteria).

 

Il suicidio dei Samurai, il disco precedente, vi ha lanciato anche in Europa. È per questo che ci avete messo 3 anni per fare il successore?

Alberto: Non devi immaginarti stadi pieni ovunque. È stata già una vittoria essere riusciti a pubblicare nella nostra lingua il disco così comera in posti come ad esempio la Germania, dove a livello underground siamo abbastanza conosciuti. Abbiamo girato parecchi club in Europa e la reazione è sempre stata positiva. A un certo punto abbiamo pensato pure di tradurre le canzoni in inglese: sono stati gli agenti allestero a dirci che ci volevano proprio così, in italiano.

 

Sarebbe stato difficile per voi fare questa transizione?

A: Non credo. Molto di quello che scrivo lo faccio in inglese e poi lo traduco in italiano o comunque lo sostituisco con frasi italiane. È sempre così, parto dallinglese perché quella metrica ti aiuta a riempire le strofe già create in musica. Spesso il testo è lultima cosa che aggiungo alla canzone, dopo il missaggio.

Luca: Siamo molto influenzati dal rock straniero ovviamente, e lavorare in questo modo viene naturale. Penso sempre a Dio o a Ozzy Osbourne, o ancora ai Sex Pistols, che avevano questi testi molto succinti, un po come i nostri.

 

Spesso però scegliete dei titoli molto lunghi.

A: È un modo per far arrabbiare chi ci presenta alla radio! Non so in realtà, non cè una spiegazione per questa scelta.

 

Nemmeno per i molti riferimenti a Dio nei testi?

L: Non è poi una novità nella musica. Da Hare Krishna in poi tutto il rock ha sempre trovato un grande spazio per le divinità. Ma i nostri non sono riferimenti religiosi.

 

E perché Requiem?

A: È nato da una proposta di Luca, che passando davanti a un cimitero, ha visto la scritta. Quando ci ha detto questa parola abbiamo pensato subito che sarebbe potuta andare bene in tutte le lingue e che racchiudeva quello che cè nel disco.

 

Per due tracce, Angie e Trovami un modo semplice per uscirne, avete avuto come produttore Mauro Pagani. Che esperienza è stata?

L: Avevamo già lavorato nel suo studio in passato. Questa volta ci siamo trovati con molto materiale da scegliere e in particolare con due canzoni che facevamo fatica ad ultimare. Così abbiamo pensato di coinvolgere lui. Molti pensano che i suoni vintage che ci sono nel disco dipendono dalla sua influenza, ma in realtà suona il Mellotron che gli abbiamo portato noi. Per molte cose siamo più vicini di quanto si possa credere. Ma lui alle spalle ha unesperienza incredibile, che è unica.

 

Come reagirà il pubblico a questa evoluzione?

A: Non ci soffermiamo su questo tipo di considerazioni, perché è vero che cè gente che ascolta quello che diciamo, ma è anche vero che non puoi sentirti in trappola per paura che ce ne sia sempre di più. Un pubblico più vasto ci regala soddisfazione e fiducia, questo è innegabile.

 

Le ultime generazioni di band non sembrano avercela fatta come voi. Perché?

L: Questa è una cosa che ci distingue dagli altri. Noi abbiamo iniziato da subito a ragionare con professionalità, non facevamo discorsi del tipo: no, lì non voglio suonare perché non cè un pubblico adatto. Cose così ti si ritorcono contro. Se è il tuo mestiere lo devi fare ovunque. Noi riempivamo gli oratori della provincia e non abbiamo mai rinnegato questo passato. Poi puoi immaginare cosa succedeva nelle serate, sfasciavano tutto e credo che alcuni parroci ci stiano ancora inseguendo!

 

Ma allora è vero che voi avete raccolto una rabbia della provincia che era inespressa.

L: Non siamo gli eroi della valle bergamasca come qualcuno diceva. Non cè mai stata una scena compatta nelle nostre zone, ma nemmeno in Italia. Non so, penso ai Prozac+ che sono usciti negli stessi anni, ci piacevano molto. Ma non farei discorsi sociologici. È solo che vedo gruppi in giro che come costanza e impegno non si avvicinano nemmeno lontanamente al nostro modo di fare. E forse per questo il pubblico ci premia.

 

Ma larte, o qualunque forma di espressione, non è frutto del posto in cui la si concepisce?

A: Anche se non ce ne siamo mai andati, lunica cosa che mi viene in mente delle nostre città di origine è la desolazione, o lincessante inseguimento del dio denaro. Costruiscono molto a Bergamo, tutti sono impegnati a fare case, suppongo sia molto redditizio. Ma non credo ci sia traccia di questo nei Verdena.

 

gio, 3 mag 2007 - articolo di Christian D'Antonio

Tag: Verdena

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