Michel Gondry - l'artigiano dei sogni

Da sempre l'essere umano ha subito il fascino dell'universo onirico. Michel Gondry, regista di videoclip nonché uno dei più grandi visionari del cinema dell'ultima generazione, si è ispirato alla dimensione del sogno per realizzare la pellicola che ha come protagonisti Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg. Acclamato da pubblico e critica per Se mi lasci ti cancello vincitore nel 2004 di un Oscar per la migliore sceneggiatura Gondry torna a parlare della difficoltà delle relazioni tra uomini e donne utilizzando questa volta proprio l'arte del sogno, che è anche il titolo del film uscito nelle sale lo scorso 19 gennaio. Abbiamo incontrato il regista francese e l'attore messicano una mattina a Roma, in occasione della presentazione del film, e ci siamo fatti raccontare i loro sogni.

Dopo il successo di Se mi lasci ti cancello sentivi la pressione per il nuovo film?

Michel Gondry: Sì, ma non in riferimento al successo ottenuto da quel lavoro. Più che altro la pressione che sentivo era sul fatto di essere accettato come un cineasta completo, sapevo che c'erano grosse aspettative e che la gente mi avrebbe giudicato. Inoltre la sceneggiatura de L'arte del sogno l'ho scritta da solo mentre per Se mi lasci ti cancello avevo lavorato con Charlie Kaufman, uno degli sceneggiatori più importanti di Hollywood. Fare questo film è stata una grossa sfida. Ho iniziato a lavorare su questo progetto prima ancora di iniziare a girare Se mi lasci ti cancello.

 

Come nasce l'idea de L'arte del sogno?

MG: Da piccolo avevo difficoltà con le parole, così per comunicare usavo le immagini e creavo storie. Si può dire che utilizzassi l'arte e la scienza per esprimermi. È un film per certi versi autobiografico, non tanto per la storia ma per i ricordi della mia infanzia che volevo fissare nel film. Questo è anche il motivo per il quale ho scelto di ambientarlo a Parigi, che era il punto focale dei miei ricordi. Sono partito da un'idea che avevo da tempo e che in parte ho utilizzato per un video dei Foo Fighters (Everlong, ndr) in cui due giovani condividono i loro sogni. Volevo raccontare una storia sul modo in cui i sogni influenzano una relazione tra due persone, e su come la relazione a sua volta influenzi i loro sogni. Gael mi ha spinto ad andare oltre, a favorire quello che veniva dal mio cuore.

 

Quanto ha influito Gael García Bernal sull'evoluzione del film?

MG: Sembrava possedere le caratteristiche che stavo cercando, perché il personaggio di Stéphane è una sorta di mio alter ego. Non nascondo che ero anche preoccupato, perché lui è bello e simpatico, e avevo paura che la gente avrebbe pensato che questo è il modo in cui mi vedo. Quando ci siamo incontrati la sceneggiatura era già pronta, ma l'ho riscritta pensando a lui nel momento in cui ha deciso di prendere parte al progetto. Gael mi ha convinto a inserire elementi che non erano previsti nello script, in particolar modo un sogno che avevo avuto e che non sapevo come inserire. È stato lui a indicarmi come utilizzarlo nel film.

 

Gael, cosa ti ha attratto de L'arte del sogno e come scegli i tuoi ruoli?

Gael García Bernal: Scelgo i miei film a livello organico. Prima di tutto sulla base della sceneggiatura, poi sullo stesso livello metterei il regista. Dipende anche dal momento di vita che sto passando. Nel caso de L'arte del sogno si è trattato anche di una coincidenza, perché era da tanto che volevo lavorare con Gondry. Ci siamo conosciuti un anno prima dell'inizio delle riprese e siamo diventati amici. Lui mi ha dato la possibilità di liberare i miei sogni, giocarci, inscenarli. Questo è stato il motivo che mi ha spinto ad accettare.

 

Nella pellicola gli effetti speciali sono tutti realizzati artigianalmente.

MG: Amo tutto ciò che è poetico, che ti dà il benvenuto al mondo. Nel film si passa dal mondo reale alla dimensione onirica di Stéphane fino all'universo immaginativo di Stéphanie: con gli effetti speciali sarebbero sembrati mondi troppo diversi tra loro mentre io ero alla ricerca di un modo per creare dei passaggi naturali. Non mi piace lavorare con il blue screen che impedisce agli attori di interagire tra loro e con gli scenari. Per questo mi sono ispirato all'animazione praghese e a Il racconto dei racconti di Yuri Norstein (maestro del cinema d'animazione russo, ndr). Il cellophane per esempio è un elemento comune in questo genere di film, ed è l'unico modo per rappresentare l'acqua in movimento, con il suo luccichio e tremolio. Sul set c'erano sempre molti elementi di gioco infantile e credo che questo abbia aiutato molto Gael e gli altri a entrare nell'universo onirico che volevo rappresentare. GGB: Per un attore avere così tanti elementi a disposizione è qualcosa di incredibile. Si è creata una dimensione teatrale rara da trovare in altre produzioni.

 

Quanto è importante per te la musica?

MG: Quando dirigo un videoclip dedico moltissima attenzione alla musica, che per me resta laspetto fondamentale. Ricordo che una volta, durante un volo diretto a New York, ho scritto un'intera sceneggiatura ascoltando un disco in cuffia. Era come se non fossi più seduto al mio posto, ma vagassi per le strade di Boston. La musica è un motore che mi aiuta a scrivere.

 

Come mai nel film hai utilizzato una rilettura di un brano dei Velvet Underground?

MG: Linda Serbu, che è a capo di un'associazione per salvare i gatti abbandonati chiamata Hollywood Kitty, mi ha avvicinato un giorno in un ristorante di Los Angeles. Non sono favorevole a queste cose, le persone che sono così coinvolte in questioni animaliste al punto di farne una ragione di vita mi spaventano. Ma mi fece ascoltare questa canzone che trovai molto commovente. Era una rilettura di After Hours dei Velvet Underground cantata originariamente da Nico, riproposta con il titolo If You Rescue Me e utilizzata dall'associazione per promuovere l'adozione dei gattini. Ho immaginato che fossi io a cantarla per una ragazza e così nel film l'ho utilizzata in una scena in cui Gael è vestito da gatto e la dedica alla protagonista, Stéphanie.

 

Gael, qual è il tuo sogno ricorrente? E cosa sogni per il Messico?

GGB: Il mio sogno ricorrente è il più ovvio, ossia trovarmi su un palco e non ricordarmi le battute. Mi dico "Macbeth, ma certo!", sicuro di conoscerlo e invece niente. Una volta sono anche fuggito nel sogno, uscivo di corsa dal teatro ma gli spettatori invece di chiedere indietro i soldi del biglietto, organizzavano una manifestazione con tanto di picchetti in cui reclamavano proprio me. In quanto al mio paese sogno ogni giorno che le cose possano andare bene. Ma sono arrivato a un punto in cui non ho più risposte. Nella realtà, come nei miei sogni, ci sono dei meccanismi pieni di difetti. Bisognerebbe trovare una comune realtà, o un comune sogno, dove tutto è lecito e irrazionale, dove tutto è meritevole di rispetto.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro, è vero che hai appena diretto un film?

GGB: Sì, è vero. Il film si intitola Deficit e in questo momento è in fase di postproduzione. Michel e la sua maniera di lavorare mi hanno ispirato moltissimo e credo si possano trovare delle influenze nella mia opera. È stato come mordere la mano che ti nutre! Come attore mi trovo ancora in quello stadio in cui voglio recitare tanto e fare tanti bei film. Non avrei mai pensato di lavorare nel cinema, in Messico è un vero lusso. Pensavo che sarei rimasto un attore di teatro, sono stato fortunato ad aver avuto questo "incidente" di percorso. Ho avuto la grande fortuna di recitare per registi importanti, come Gondry, e vorrei tornare a lavorare con Alfonso Cuarón (con il quale ha già lavorato in Y Tu Mamá También, ndr) nella pellicola che ha intenzione di girare in Italia. Mi piacerebbe moltissimo, per me sarebbe la massima esperienza cinematografica perché è stato un film di Ettore Scola, C'eravamo tanto amati, a farmi desiderare di diventare attore. Chissà? Io tengo sempre il cellulare acceso, ma Cuarón non mi ha ancora chiamato...

mar, 20 feb 2007 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: Movies

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