The Cooper Temple Clause: fratelli dove siete?

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Dopo due album pubblicati alla velocità della luce (See This Through and Leave, 2002, e Kick Up the Fire, and Let the Flames Break Loose, 2003) e una pausa dalle scene durata quattro anni, qualcuno aveva iniziato a pensare che i Cooper Temple Clause non esistessero più. Ma la band di Reading è tornata con un nuovo lavoro, Make This Your Own, e una nuova etichetta discografica, la Sanctuary, a dimostrare nonostante un cambio nella formazione di avere le carte in regola per rimanere in circolazione per molto tempo ancora. Kieran Mahon piano, tastiere e sintetizzatori ci svela i segreti di un successo annunciato.

Il suono di questo album è del tutto inatteso. Come se vi foste lasciati il passato alle spalle.

Anche il processo di creazione è stato diverso. Nei primi due album abbiamo praticamente fatto quello che ci veniva in mente al momento. Soprattutto la lavorazione del primo era stata rapida e del tutto spontanea. Non ci siamo mai veramente chiesti dove volevamo andare. Mentre con Make This Your Own abbiamo avuto un produttore che ci ha consigliato quali strade prendere incoraggiandoci a provare nuove soluzioni.

 

Raccontami la sua genesi.

Abbiamo iniziato il lavoro in uno studio nei pressi di Reading. Lì abbiamo registrato delle demo, buttando giù tutte le idee che avevamo; con le registrazioni siamo andati alla casa discografica che ci ha proposto di sentire anche un produttore, per cercare di tirare fuori da quei suoni qualcosa di diverso. Così siamo entrati in contatto con Chris Hughes, che è stato il batterista e produttore degli Adam and the Ants, e nel successivo anno e mezzo abbiamo lavorato insieme a lui.

 

Quanto è contato il lavoro di Chris Hughes?

Lui è conosciuto più che altro per aver prodotto diversi artisti negli anni '80, dai Tears For Fears ai Propaganda. Quello che ha fatto per noi è stato un lavoro focalizzato sulle canzoni, ha rigirato i demo che gli abbiamo portato come dei calzini, tirando fuori dalle melodie una sorta di purezza. Poi al mixaggio del disco hanno partecipato anche altri quattro produttori, fra i quali Adam Kasper (Mudhoney, Nirvana, Foo Fighters, Queens of the Stone Age, R.E.M., Soundgarden e Pearl Jam, ndr), che hanno dato il tocco finale all'album. Infine, il nostro suono è più compatto perché ci siamo affinati come musicisti, e siamo ancora più affiatati come band.

 

Ma Didz Hammond vi ha lasciati, come lavete presa?

È stato un processo difficile, perché la decisione di Didz è avvenuta durante la prima fase di registrazione del disco. Aveva le sue ragioni, voleva stare il più possibile a Londra con la sua famiglia e sua figlia, cosa che lo costringeva a viaggiare in continuazione tra casa sua e lo studio che abbiamo a Reading. Però non abbiamo rimpianti, comunque alla fine la cosa ha funzionato bene per tutti: lui ora suona con Carl Barât nei Dirty Pretty Things e noi abbiamo continuato per la nostra strada. Certo, perdere un amico è stato terribile, ma in qualche modo è stata una nuova sfida che ci ha fatto crescere. Considera poi che in quel momento abbiamo dovuto affrontare anche il passaggio dalla RCA, che non aveva intenzione di proseguire il sodalizio iniziato nel 2000, alla Sanctuary. Tutti questi ostacoli ci hanno forgiato. Come dice il detto: "quello che non ti ammazza ti rende più forte".

 

Musicalmente però sembrate più solari: sereni nonostante tutto?

Non è stata una scelta intenzionale, dipende dall'incrocio delle voci di tre cantanti diversi. Sono le armonie che danno la sensazione di solarità e di calore.

 

Ma anche i testi sono più limpidi.

È vero. Nei precedenti album, soprattutto nel secondo, erano abbastanza introspettivi, soffrivano un po' di quello che abbiamo sofferto noi stando a lungo in tour, la mancanza delle persone vicine, degli amici. In Make This Your Own i testi sono incentrati sulle relazioni e sono carichi di emotività. Dan (Fisher, principale autore dei testi, ndr) prima era più cupo, mentre ora credo stia in un posto migliore, a livello emotivo.

 

Sbaglio o vi siete divertiti un mondo a fare questo disco?

Sì, è vero, ma non ti nascondo che abbiamo incontrato parecchie difficoltà. Non è stato proprio sempre scorrevole. Sono felice però che tu lo dica, perché abbiamo sempre cercato di far suonare la nostra musica in maniera gradevole, e non, al contrario, deprimente. Per noi è stato importante sperimentare nuovi suoni, cercare qualcosa di diverso.

 

E questo vi ha portato a realizzare un disco molto eclettico.

Anche il nostro disco d'esordio aveva questa caratteristica, andava dall'elettronica al postrock. Abbiamo sempre voluto esprimerci attraverso un ampio raggio di generi musicali. Realizzare così tante canzoni e tutte diverse fra loro era il nostro obiettivo, se ci siamo riusciti ne siamo felici.

 

Make It Your Own è stato presentato dal vivo in una serie di cosiddette toilet venues.

Era qualcosa di cui avevamo bisogno: suonare in piccoli posti dalla capienza massima di quattrocento persone, per riproporci al pubblico. Qualcuno pensava che non suonavamo più insieme e questi concerti ci hanno in parte riconfermato sulla scena. È stato anche un modo per riprendere il contatto con i nostri fan: in questi posti puoi vedere lo spettacolo incollato al palco.

 

Siete una band che non si prende troppo sul serio, o sbaglio?

Siamo molto seri per quanto riguarda la nostra passione per la musica, ma non bisogna mai prendersi troppo sul serio, si rischia di diventare degli idioti. Noi abbiamo la fortuna di avere ancora gli stessi amici di un tempo, oltre al fatto che anche noi, come band, ci conosciamo da piccoli, e questo ci permette di rimanere sempre con i piedi per terra.

 

Parlando di carriera, tra vent'anni di chi vorreste aver seguito le orme?

Dei Radiohead! Sono ben conscio del fatto che la loro carriera non dura da tanto, ma sono certo che tra vent'anni ci saranno ancora. Anche i dEUS hanno alle spalle una carriera esemplare. Non è tanto il successo che ci interessa, ma proseguire sul nostro percorso, fare le cose che amiamo e poterle condividere con il pubblico.

 

::: 3 DISCHI CHE HANNO CAMBIATO LA VITA DI KIERAN MAHON :::

 

dEUS

Worst Case Scenario — 1994

"Di questo album mi ha colpito la 'pesantezza' e la 'sporcizia', non avevo mai sentito qualcosa del genere quando è uscito"

 

The Beatles

The Beatles (White Album) — 1968

"È talmente personale ed è incredibile come sia avanti nel tempo. Ancora oggi puoi ascoltare tutte le canzoni in loop continuo e non stancarti mai"

 

Godspeed You Black Emperor!

Slow Riot for New Zero Kanada [EP] — 1999

"Anche questa è una band che ha cambiato il mio modo di ascoltare la musica. Se ti piace la musica sperimentale, e vuoi sentire qualcosa di totalmente innovativo, li amerai"

ven, 2 feb 2007 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: The Cooper Temple Clause

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