Caparezza
non sono un rappresentante
Il menestrello di Molfetta torna a far sussultare i dormienti con Habemus Capa, terzo disco della sua carriera, e anche il più difficile, al contrario di quanto diceva ne Il secondo secondo me. Un album più duro e arrabbiato, in cui ogni rima sembra più affilata di una lama a doppio taglio, che magari non offrirà il classico tormentone, ma potrebbe significare la definitiva consacrazione di Caparezza.
Come ti sei accostato a questo lavoro dopo il successo di Fuori dal tunnel?
Dovevo fare una scelta, ovvero proseguire seguendo il mio istinto, la mia voglia di creare cose nuove, oppure ripetermi e fallire per sempre. Il fatto che quel pezzo sia stato un successo, un tormentone, è una cosa che mi interessa relativamente; questo è un mestiere che farei anche non a livello professionale. Nel senso che se un giorno dovesse accadere che non potrò più fare dischi perché il pubblico si è stancato o per altri motivi, io continuerei comunque a scrivere canzoni per soddisfare una mia esigenza. Quella di esprimermi nel momento in cui ricevo informazioni dall’esterno, quando mi accade qualcosa intorno a livello sociale, politico o anche privato. Per me esprimermi in questo senso è quasi un modo per difendermi da questo liquido amniotico in cui sono immerso.
Non mi sembra tu abbia problemi a esprimerti: Habemus Capa è un disco zeppo di parole.
È una cosa che mi hanno detto in molti, quasi con un tono di rimprovero. In questo disco mi sono lasciato andare, e mi rendo conto di aver esagerato. È pieno zeppo di testi, tanto che a stento ci stanno nel booklet del cd. Forse perché aumentando la pateticità e la drammaticità dei nostri tempi, l’esigenza di scrivere è diventata ancora più forte. È sicuramente un album più duro, perché viviamo tempi più duri, tutto nel cd risente dell’atmosfera intorno a me. Poi l’esigenza di comunicare in un periodo in cui la comunicazione sta perdendo di valore mi ha fatto uscire versi su versi fino allo stremo delle forze uditive.
La comunicazione, o la mancanza di essa, è un problema che ti poni da sempre.
Per me è importante perché sono estremamente timido, nella vita reale, non in quella sul palco. Da piccolo quando venivo invitato alle feste me ne stavo nascosto dietro un divano. Nel tempo ho cercato di coltivare l’amore per la comunicazione anche per venire fuori da questo guscio.
Nel disco ci sono molte citazioni di marche, pubblicità più o meno occulte?
No, la pubblicità fa parte del mio immaginario, come anche una certa cultura/sottocultura televisiva. Sono vissuto nella penombra del tubo catodico; nel mio linguaggio rientrano anche questi elementi.
Hai descritto questo album come il disco postumo di un cantante ancora in vita.
Sono ossessionato dal mondo del defunto perché credo che la morte sia l’unica cosa certa, e che per questo dia un senso alla vita. Pensando di avere una sola vita si cercherà di viverla al meglio, mentre se ci si prospetta una vita dopo la morte uno può pensare che si potrà rifare in quella. Questo è un viaggio ipotetico nel mio aldilà che racconta per voce di altri la trasfigurazione della mia anima di corpo in corpo. Un disco postumo, sì, ma biografico.
Ha anche il sapore di una rock opera.
Magari! Mi piacerebbe prima o poi riuscire a fare un concept album come si deve, cioè una sorta di opera, un musical, con una storia che si dipana nelle varie tracce. Ero partito da questa idea per Habemus Capa, ma poi non l’ho sviluppata perché mi ancorava troppo, invece ho creato un album a tema; lo considero un libro su un’idea con vari capitoli che la giustificano.
Ci sono molti giochi di parole e di ruoli in questo album, come ne Gli insetti del podere.
Per la legge del contrappasso, nel mio aldilà i personaggi che in vita sono stati grandi e potenti, sono diventati piccoli e orrendi come gli insetti, degli esserini anche calpestabili, se non fosse per una certa etica. Il titolo, per assonanza, richiama “gli inetti del potere”.
Parli spesso della tua città come se fosse un riparo dal mondo.
Sì, è un punto di riparo, ma più semplicemente è la mia città: non è Disneyland, ma è Molfetta. Per un periodo ho vissuto a Milano, dove studiavo e dove ho mosso i primi passi nella musica. Poi ho deciso di tornare a Molfetta e viverci per sempre, per una questione di affetto nei confronti della città in cui sono nato e cresciuto, che se vuoi è l’affetto che provano gli emigrati quando ripensano al loro paese. Però nell’ultimo anno ho vissuto più in un garage che non in una città, perché materialmente sto in un garage/studio a qualche chilometro da Molfetta. Vivo nel mio microcosmo fatto di giocattoli e strumenti musicali.
Parliamo di rap. Chi sono i maggiori esponenti in Italia e chi senti più vicino a te?
Sicuramente Frankie Hi-Nrg, che ha cominciato a fare rap parlando di contenuti con termini anche molto ricercati. Per me è un capostipite in Italia di un certo modo di fare rap. Non ce ne sono stati molti che hanno seguito questo esempio, molte persone si sono parlate addosso e continuano a farlo. Ma in generale sento vicino a me artisti che fanno musica che non è accomunabile alla mia, come paradossalmente un cantautore italiano, piuttosto che uno che fa rap, perché nella canzone mi piace la scrittura. Fra i cantautori che ammiro, ai quali non voglio accomunarmi per non destare l’ira di alcuno, ci sono Capossela, Conte, De Gregori. Mi piacciono anche cose strane, non per forza auliche; anche Bugo ha il suo perché. Secondo me il rap non è né più né meno l’evoluzione musicale di una poesia, una poesia che ha un vassoio musicale portante sotto, che crea l’atmosfera perché possa essere recepita. Poi ci sono varie scuole di pensiero, c’è l’hip hop che è più legato alla strada, eccetera, eccetera. Ma sono generi che non mi appartengono. Io scrivo per me stesso, non rappresento una comunità, non sono un rappresentante, sono me stesso e canto questo.
Che ne pensi di Simone Cristicchi, che secondo molti ti fa il verso?
È vero, in molti me l’hanno detto. Ho sentito il pezzo “incriminato” ma non ho trovato punti di contatto, però visto che continuano a dirlo sto cominciando a sospettarlo (ride, ndr). A me non interessa, ma credo che a lui possa dare fastidio. C’è questa voglia in Italia, anche da parte dei media, di trovare per forza un surrogato di qualcuno che è popolare altrove; quante volte abbiamo sentito parlare di “Eminem italiano” riferito a chiunque faccia rap! Eminem ha un trascorso, un vissuto per il quale dice delle cose in un certo modo, e non è che chiunque scriva rime possa essere paragonato a lui. Bisogna conoscere Eminem per poterlo paragonare a qualcuno. Certo sarebbe bello che si dicesse un giorno di un artista oltreoceano “il Caparezza americano”!
di Tirza Bonifazi Tognazzi
I FANTASTICI 4 DI CAPAREZZA

Vinicio Capossela
È uno che sa scrivere e trasmettere emozioni, una cosa non semplicissima. Secondo il mio punto di vista l’ultimo disco, Ovunque proteggi, è il migliore della sua carriera.

Paolo Conte
Chiunque in Italia si avvicini al mondo della scrittura in musica deve ascoltare Paolo Conte. Se ci fosse un insegnante di testi, cosa che non esiste grazie al cielo, come prima lezione dovrebbe far ascoltare una qualsiasi canzone di Conte.

Napo — Uochi Toki
Uochi Toki sono un gruppo che non ha certo i numeri del mainstream, non è molto conosciuto in Italia. Napo scrive benissimo, in più è un cantante molto particolare. Se fosse stato un gruppo straniero avrebbe avuto il meritato successo.

Rodolfo De Angelis
È un cantante degli anni ’40, amico di Petrolini, che aveva un modo molto particolare di scrivere e di cantare. Imitava la tromba con la voce e scriveva cose davvero interessanti in un’epoca di pieno oscurantismo fascista. Un personaggio che andrebbe riscoperto.
ven, 7 apr 2006
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