Valentina Lupi: Partenze intelligenti (e senza slogan)

Non tutti possono definirsi felici, nella vita o nel lavoro. Valentina Lupi, cantautrice romana che torna con un EP dal titolo Partenze intelligenti, sì. E se lo può permettere con tutta la serenità di un'artista che naviga a velocità di crociera senza l'assillo del successo ad ogni costo. E senza bisogno di slogan, come le avevano invece suggerito anni fa. L'abbiamo incontrata per chiacchierare di musica e di vita.

 

Il tuo nuovo EP Partenze intelligenti è stato coltivato a lungo. 

Sì, l'idea di un nuovo lavoro era in cantiere da un po', ma in realtà il disco è nato in brevissimo tempo insieme a Matteo Scannicchio, autore di gran parte dei brani insieme a me. L'album è stato ideato in casa, nel giro di un anno, tra la tournée di Matteo e il fatto che sia diventato papà, io che ristrutturavo casa, insomma la quotidianità. È bellissimo perché si è sviluppato senza alcun tipo di ansia, c'è ironia pur affrontando temi importanti, con la giusta leggerezza. Ultimamente la mia prospettiva è cambiata nei confronti delle cose che mi accadono, della vita stessa, e mi posso definire felice. 

 

Non tutti possono definirsi felici, nel proprio lavoro come nella vita.

Nonostante la mia vita sia stata attraversata da grandi tragedie, come la scomparsa dei miei genitori, di miei carissimi amici, grazie all'amore per la stessa vita mi sono sempre ritrovata a dirmi: poteva andare peggio.    

 

La musica ti ha aiutato a superare questi traumi?

La musica è stata fondamentale, perché mi è stata trasmessa da mio padre. Non è mai stato un musicista: provenendo da una famiglia semplice non ha mai potuto realizzare il sogno di diventarlo. Mi ha trasmesso questo impulso sin da piccola. La musica è sempre stata uno strumento di gioia anche nei periodi più complessi. Da ascoltatrice mi sono fatta "del male" con canzoni sofferte quali La costruzione di un amore di Ivano Fossati. Adoro i cantautori, adoro il grunge, e avendo 34 anni si può ben immaginare che a 14 stavo con i Nirvana a manetta!  

 

Anche per te i cantautori italiani sono un punto di riferimento?

Sono cresciuta nell'età più consapevole con Fossati, De André, Endrigo, Lauzi, e nel tempo ho fatto tutto uno studio che viene naturale. Quando ami la parola nella musica è inevitabile ascoltare questi maestri, anche perché la lingua italiana è meravigliosa, ma scrivere canzoni nel nostro idioma senza essere banali è molto difficile. 

 

Gavetta, esordiente, emergente, sono etichette superate per chi fa un percorso musicale come il tuo?

Sinceramente conta solo la musica, poi come ti definiscono non è importante. Ho fatto i miei tentativi per entrare nelle major discografiche, ma mi chiedevano cose pesanti per me. Mi dicevano: “cambia il pezzo, ragiona come uno slogan, pensa a Vasco”. Nel periodo in cui ho provato ad avvicinarmi ai grossi sistemi discografici, ho riscontrato le stesse cose che fanno oggi con i talent show, solo che lo fanno in TV sotto gli occhi di tutti creando anche il caso umano, il personaggio. Il pubblico si affeziona più al personaggio che alla musica stessa, tranne in alcuni casi, perché ci sono anche esempi rispettabilissimi di buona musica uscita da questi spettacoli.  Non voglio criticare a prescindere, in realtà li seguo io per prima: ci vuole tanta forza e tanta professionalità per riuscire poi dopo a sostenere quella carriera. Se penso a tutto quello che hanno detto e fatto a Emma Marrone!     

 

Il paradosso infatti è che pur non condividendo la politica dei talent, ciò non toglie che possano far emergere artisti validi.

Certo, anche perché spesso sono le case discografiche che mandano i loro artisti in modo che il grande pubblico possa conoscerli. Anche a me fu proposto di fare un talent, ma non l'ho fatto in quanto non voglio comunicare in quel senso. Non perché non rispetti quel mondo o per snobismo, ma non appartiene alla mia natura. 

 

Ricordi quando è avvenuto il tuo matrimonio con la musica?

Devo tutto a Carmen Consoli: se ho iniziato a scrivere lo devo a Due parole. La vidi a Sanremo e rimasi folgorata, perché capii l'importanza della lingua italiana nel rock. All'inizio questa cosa fu però un'arma a doppio taglio perché tendevo a imitarla: ho un ricordo di me in cameretta che a tredici anni fingevo di suonare la chitarra e imitavo la voce della Cantantessa. E la imitavo molto bene! Tra l'altro nel mio tour suona con noi il suo batterista Puccio Panettieri. All'inizio sono stata ghettizzata per questo: ho dovuto lavorare tantissimo per differenziarmi dal suo stile. 

 

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mer, 22 lug 2015 - articolo di Luca Cacciatore

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