Gianni Togni: gli incontri al Bar del Mondo

Il bar è un luogo senza tempo, sospeso. Ci si va per prendere un caffè, fare il conto alla rovescia per la pausa pranzo. Magari è un luogo complice per parlare di sport (come non citare Stefano Benni?) o per respirare un'atmosfera letteraria, se si chiama Gambrinus e avete la fortuna di trovarvi a Napoli. Gianni Togni, dopo nove anni di silenzio (solo) discografico, sì è ritrovato ne Il Bar del Mondo – il suo nuovo album edito da Believe Digital – con la voglia di incontrare persone e personaggi, trovando spunti per le sue canzoni, osservando e dialogando con gli attori del quotidiano: la gente.      

 

Nove anni tra La Vita nuova e Il Bar del Mondo: nel mentre?

Certamente non sono stato fermo. A parte il tempo che serve per vivere: non tutto può essere solo arte, e per poterla alimentare bisogna fare tante cose come leggere, ascoltare musica, frequentare amici, conoscere nuove persone. Ho dato vita a numerosi musical quali Poveri ma belli – tratto dal film di Dino Risi – 1980, Musical Europa Festival, insomma mi sono tenuto impegnato.  

 

Chi possiamo incontrare al Bar del Mondo?     

Se non si va solo per un caffè veloce, ma come faccio io per rimanerci un po', si possono conoscere personaggi che sembrano usciti dalla fantasia di uno dei più grandi drammaturghi italiani. Sono persone che non incontreresti mai se non lì. Può capitare di ascoltare discorsi che un buon sceneggiatore potrebbe carpire. Ricordo vecchi sceneggiatori di cinema che dichiaravano come per loro l'autobus fosse uno dei più grandi luoghi da dove attingere. Ecco: il bar, che è un palcoscenico fantastico che esiste ovunque, per me è stato fonte di ispirazione. In pomeriggi annoiati, avendo con me carta e penna, osservavo e ascoltavo e incontravo persone.      

 

Questo riguarda l'ispirazione, ma pensando all'arrangiamento dei tuoi brani, si può dire che sei pignolo?

Pignolo è anche poco! Siamo stati in sala d'incisione per quasi più di un anno con Il Bar del Mondo, abbiamo curato in maniera specifica i mastering per ogni supporto, e sin dall'inizio ho scelto di non usare tastiere e campionamenti o marchingegni digitali per aggiustare le voci. Tutto questo comporta una maggiore attenzione, e per tutto questo ci vuole più tempo. Abbiamo anche realizzato una versione in vinile che abbiamo presentato in occasione del Record Store Day.    

 

Eguale cura del dettaglio era evidente anche nel precedente La vita nuova, forse un album sottovalutato. 

Concordo, e si potrebbe dire anche per Bersaglio mobile (1988), che ha venduto tanto, ma siccome non era il disco pop da tutti atteso, mi ha causato non pochi problemi contrattuali. Però oggi quelle scelte, che sono state come degli spartiacque, si sono rivelate positive perché mi permettono oggi di fare quello che voglio. Io non ho mai ripetuto me stesso, ma la fortuna è che il mio successo non nasce dalla critica, bensì dal basso, dalla gente. La critica che conta non l'ho mai avuta dalla mia parte.  

 

La critica spesso ascolta con un eccessivo pregiudizio.

Sul pregiudizio non c'è dubbio: sempre parlando di Bersaglio mobile, dove non c'era nessuna canzone d'amore, dissero che avevo scritto un altro album d'amore! Io invece ascolto tutto e tutti, come mi è successo di recente con un LP mono di Frank Sinatra, che pur non essendo tra i miei artisti preferiti ho trovato strepitoso. Sono un amante del rock e dell'indie rock, ma questo non vuol dire niente: non bisogna avere pregiudizi nella musica. Purtroppo oggi siamo una società che culturalmente fa già una censura a priori, e questo ci porta anche nel cinema, nella letteratura, nel teatro a una sterilità culturale e omologazione inquietante.      

 

Proprio in un recente post sulla tua pagina Facebook hai definito “mortale ruggine” il decadimento culturale italiano. 

Si tratta di un post in cui ho messo il dito non tanto sul fatto che determinate radio non passino me, Baglioni o De Gregori, ma sul fatto che non ci sia alternanza nella proposta. Trovo oltretutto inconcepibile che le radio italiane non mandino in onda il nuovo album dei The Decemberists (What a Terrible World, What a Beautiful World) , o il nuovo singolo di Steven Wilson che da poco ha fatto il tutto esaurito a Roma. Da ragazzino ascoltavo sia Gianni Morandi che i Deep Purple, Fabrizio De André e i Led Zeppelin: perché oggi dobbiamo sentire tutti la stessa cosa? Purtroppo è un argomento poco trattato, e ribadisco che non mi voglio lamentare di essere presente o meno in una determinata emittente, il che non frega niente a nessuno, il problema è diverso: c'è una mancanza di legislazione in materia. Noi italiani compriamo meno dischi, libri, giornali, e andiamo meno a teatro di paesi come l'Olanda, che è anche decisamente inferiore numericamente. L'impoverimento culturale non creerà più neanche un cittadino pensante, e questo mi spaventa. La letteratura, la musica, il cinema, sono visti sempre più come hobby, ma sono molto di più! Il mio post conclude così: “ci stiamo preoccupando di riempire la pancia, mentre non vediamo che la mente si svuota”.  

 

Molti risponderebbero al tuo post affermando: è il pubblico che decide.

Secondo me la gente, e io mi considero parte della gente, non è così stupida. Se mi rivolgo a chi non ha nessun tipo di competenza musicale e gli faccio ascoltare a occhi bendati la differenza tra un CD e un LP, dal medesimo amplificatore, la maggior parte preferisce il suono caldo del vinile. Tornando al bar che mi ha ispirato il titolo del disco, lì mi è capitato di incontrare persone semplici, ma di una sensibilità artistica straordinaria: la questione non è certo di che ceto sociale sei.

gio, 25 giu 2015 - articolo di Luca Cacciatore

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