Pino Marino: l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul (capo)lavoro

“L'industria pesante di questo Paese non è né l'acciaieria, né il nucleare: in realtà è l'arte”. Una chiacchierata con Pino Marino riserva sempre sorprese. Del resto un cantautore che sceglie il titolo Capolavoro per l'atteso ritorno discografico – a dieci anni dall'ultima uscita a suo nome – non può non essere sicuro del fatto suo. Ma attenzione ai giochi di parole, perché il narcisismo certamente è un vizio che non fa parte della sfera artistica e personale di Pino Marino. Roma, la politica, i collettivi artistici: gli argomenti sono molteplici, come i talenti di uno degli autori più sottovalutati del nuovo millennio.

 

 

Capolavoro: un titolo provocatorio, un gioco di parole.

Le parole sono un gioco leggero. Si tratta di una possibilità giocosa che abbiamo in questa permanenza sul pianeta. Le parole raccontano quello che viviamo e che risiede nel nostro filtro emotivo. Capolavoro è di fatto un titolo “responsabile”, perché si dichiara e mantiene la sua responsabilità. Il gioco è capolavoro: questo disco lo è perché è il mio capolavoro. Se non rimettiamo il lavoro a capo delle nostre cose non ne usciamo più vivi. C'è anche da aggiungere che oggi l'artigianato e l'arte non possono più compiere il loro capolavoro, se non tornano a essere prima lavoro. Se ognuno di noi si occupasse del proprio piccolo capolavoro quotidiano, avremmo raggiunto ognuno, a prescindere dal proprio mestiere, la premessa per realizzare un capolavoro più ampio.

 

In relazione alla tua discografia reputi implicitamente il nuovo album il tuo migliore? No, non è implicito. Il titolo condensa sempre ed è un capoverso per antonomasia. Prende in sé la responsabilità di ciò che segue nel corso di questa raccolta: ci sono dieci anni di assenza discografica alle spalle, dopo che avevo pubblicato tre dischi a mio nome tra il 2000 e il 2005.

 

Inevitabilmente ti chiediamo: come mai così tanti anni di attesa? Il motivo fondamentale era battere il record di Peter Gabriel: sette anni! E come tutte le persone che vogliono battere un record mi sono tenuto largo per evitare di essere ripreso a mia volta. In questi dieci anni ho lavorato ancor di più che negli anni precedenti. Il mondo della divulgazione musicale è cambiato estremamente, tornando a diventare essenzialmente incentrato sul concerto, lo spettacolo. In questi anni ho lavorato molto alle varie forme di spettacolo possibili, scrivendo per me e per gli altri firmando anche regie teatrali, come lo spettacolo E l'inizio arrivò in coda, pensato per me e Daniele Silvestri. 

 

E poi da sempre sei molto impegnato con numerosi collettivi.

Credo molto nella forma del collettivo: il Collettivo Angelo Mai, L'Orchestra di Piazza Vittorio, Il Collettivo Dal Pane. In un panorama stitico, visto che in una situazione di crisi tutti ci preoccupiamo di raggiungere singolarmente l'obiettivo minimo per garantirci la visibilità e la notorietà, il lavoro di un collettivo permette di indietreggiare di un paio di metri con il proprio nome e far aumentare di quattro metri l'insegna del collettivo. L'assillo mercantile del successo ha deperito ogni velleità artistica residua nel nostro Paese. Le personalità importanti che formano un collettivo non vengono però sminuite, bensì potenziate. Questo è un modo per togliersi l'incubo del successo, che l'arte non dovrebbe mai avere nel mirino, e godersi invece il sano rischio dell'istinto artistico, che altrimenti è sempre, magari anche incoscientemente, amputato.

 

Com'è stato realizzato Capolavoro?

Questa raccolta riguarda più luoghi, più fonici e più collaborazioni: l'album non è stato inciso in un solo studio. Le ultime tre canzoni sono state incise dal vivo nella struttura teatrale dell'Angelo Mai a Roma. Tutto realizzato in presa diretta: due giorni in teatro senza neanche far sapere agli amici musicisti cosa avremmo arrangiato. C'era anche un pubblico che ha assistito agli arrangiamenti pomeridiani e alle registrazioni notturne, con tanto di riprese video. Ecco un frutto tangibile delle esperienze collettive che ho maturato in questi dieci anni.

 

Per Pino Marino essere artisti vuol dire non prescindere da un discorso politico?

Credo che l'industria pesante di questo Paese non sia né l'acciaieria, né il nucleare: in realtà è l'arte. Per primi abbiamo chiuso i rubinetti dell'arte in un momento di crisi. Ma se è vero che l'arte è l'industria pesante, gli artisti sono i suoi politici: l'attività dell'artista è politica. Senza entrare nella drammatica del convincimento elettorale, un artista che non ha riflessa in sé la condizione del suo Paese, dell'accadimento circostante, è isolato. L'arte non è isolata, magari spesso non è visibile, si permette un filtraggio così estremo che non sappiamo nemmeno da dove parta, eppure l'artista è il più grande filtro di quello che accade intorno. Questa è politica. Credo che sia importante che gli artisti che si considerino tali sentano la responsabilità di non nascondersi, solo per non inimicarsi spicchi di utenza. Bisogna esporsi e garantire con la propria attività la responsabilità artistica-politica di questo Paese.

 

Sei molto legato a Roma, la tua città: quanto influenza la tua musica?

Sì, e lei è legata a me! Mentre si compone si assorbe ogni sentimento, esperienza, il circostante, e come non si può assorbire Roma? Non sono stato scelto da Roma e a mia volta non l'ho scelta, ci siamo avuti. C'è un rapporto di amore: lei è un po' balorda perché spesso subisce il fascino di altri, però poi alla fine torniamo ad essere dei buoni praticanti. Stiamo insieme e paghiamo un equo affitto. Roma è importante perché è il più disgraziato, incivile, deprecabile, abbandonato e insultato luogo d'Italia, riguardo all'amministrazione, all'affare e al malaffare, allo spaccio. Roma è tornata a essere un contenitore di eroina e cocaina per le nuove generazioni, le mafie si sono radunate tutte quante e praticano la città devastandola. Al tempo stesso Roma è il luogo più emotivo, forte, denso, notturno del mondo. È inevitabile diventare intercapedine tra queste due estremità, fare anche da cuscinetto a volte, stimolatore altre, e comunque viverne la frizione interna: sarebbe impossibile per un romano rinunciarci. 

 

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mer, 24 giu 2015 - articolo di Luca Cacciatore

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