Brönsøn: l’indie è bello (e sensuale)

“Quest’album è nato alla vecchia maniera. Ci siamo chiusi in sala prove senza sapere bene cosa avremmo fatto. Avevamo solo una cosa in comune, tutti e quattro amavamo i Black Sabbath, quindi l’obiettivo era fare un disco schifosamente rock & roll, per usare le parole di Vieri”. A parlare è Lara Martelli, ex segreto meglio custodito del rock, ora alla voce dei Brönsøn, la band che ha fondato insieme a due dei suoi musicisti di sempre, Pierfrancesco Aliotta e Vieri Baiocchi, e al chitarrista Giorgio Maria Condemi. Qui nel baratro tutto bene (recensione) è il loro album di esordio. 

 

Sei nata come artista solista e adesso ti presenti con una band, quando generalmente succede il contrario. Ti piace proprio andare controcorrente. 

Diciamo che forse faccio il percorso a ritroso, spesso in salita. A volte le mie scelte non sono frutto delle decisioni, ma prendono forma lungo il cammino. Con Pierfrancesco avevamo scritto e prodotto Cerridwen (l’ultimo disco di Lara Martelli, ndr) in casa e in seguito avevamo lavorato a un altro disco che non è mai uscito. Eravamo un po’ saturi. Avevamo passato troppo tempo chiusi tra quattro mura, davanti al computer. Eravamo come due amanti che non escono mai e finiscono per tirarsi i coltelli. Avevamo bisogno di sentire nuovamente lo spirito di una band. Nel frattempo Vieri aveva aperto un locale dove spesso suono come DJ e più spesso mi sbronzo. Una sera eravamo nel pieno di una di quelle sbronze micidiali, quando mi fa: “Mettiamo su una band, ho già in mente il nome”. Io ho risposto ridendo, “Certo che sì, ma comando io". Al che ha alzato gli occhi al cielo come a dire "Mi sto cacciando in un bel guaio".

 

Per una che è sempre stata leader, com’è lavorare in gruppo? Come gestisci il tuo egocentrismo?

Ti ho detto che comando io! (ride, ndr) No, in realtà non è così, perché non ci vediamo come un gruppo. Brönsøn è più un’entità fatta di quattro persone con una fortissima affinità elettiva. Quattro persone che si sono fuse perfettamente in un’idea. È nato per essere un progetto-non progetto. Non volevamo che andasse da qualche parte né che non lo facesse. Volevamo solo suonare per vedere se ci veniva di nuovo quello spirito e quando è venuto, il resto è venuto da sé.

 

E in fase di registrazione?

Ognuno ha collaborato. A volte poteva succedere che qualcuno mi suggerisse di cambiare dei versi perché suonavano un po’ macchinosi, o che chiedessi a Vieri di fare una batteria stile Joy Division, per esempio, o canticchiavo una melodia perché Giorgio potesse costruirci intorno un giro di chitarra. Questo disco è stato molto poco parlato e molto suonato. Se contiamo le ore in sala abbiamo fatto il disco in 48 ore. È abbastanza straordinario. Ci siamo sentiti un po’ come si devono essere sentiti i Nirvana ai tempi del grunge, quando non c’erano tutte queste pretese e condizioni nella musica.

 

Dicevi che all’inizio non sapevate bene cosa avreste fatto.

Sì, perché non volevamo porci dei limiti tecnici o arrivare già con delle idee, perché pensavamo che avrebbe compromesso l’ispirazione. Ricordo che il primo giorno di studio c’era tensione. Non conoscevo ancora Giorgio. Me lo avevano presentato come il chitarrista numero uno dell’underground e questo m’inibiva un po’; non volevo fare brutte figure e non sapevo come sarebbe andata al microfono perché si trattava di improvvisare. Ero un po’ in imbarazzo e nervosa, perché avevamo stabilito che per rompere il ghiaccio avremmo provato insieme due pezzi di Orchidea porpora, il disco nel quale avevano suonato sia Vieri che Pierfrancesco. Naturalmente Giorgio ha le sue caratteristiche come chitarrista, quindi aveva reinterpretato i pezzi a modo suo e questa cosa mi aveva irritato. Alla fine abbiamo deciso di suonare da zero, io mi sono fatta coraggio e mi sono lasciata andare. Così sono iniziate le sessioni di Qui nel baratro tutto bene. Quel giorno siamo usciti dallo studio con le basi di Provincia, La felicità e Avida

 

Rispetto a Orchidea porpora questo disco è figlio di Roma.

All’epoca di Orchidea porpora ero quasi posseduta dallo spirito di Jeff Buckley. Qui nel baratro ha una matrice di rock blacksabbathiano, è meno tortuoso e ha un’immediatezza maggiore. L’immediatezza della musica ha provocato quella delle parole. Orchidea era molto più cerebrale, la band è entrata in una seconda fase, quella dell’arrangiamento, mentre la composizione è stata fatta da me e Massimo Giangrande. In questo caso è stata fatta da quattro persone. È come se fosse partito un calesse invece di un purosangue. Ha delle caratteristiche che lo rendono più immediato e forse in quest’immediatezza tu ci vedi Roma. Quest’album ha dei momenti di grande spontaneità e di grande normalità.

 

Parlami un po’ di più della scrittura di Qui nel baratro tutto bene.

È nato in un momento in cui mi sentivo molto insoddisfatta, in un momento di grande transizione, in cui volevo di nuovo parlare con l’Italia (l’ultimo disco di Lara Martelli, Cerridwen, è stato scritto in inglese, ndr). Generalmente sono molto critica con me stessa, perché mi piace essere poetica, in questo disco però ho provato una nuova forma di scrittura. Chimera, nel quale ci sono riferimenti a Nietzsche, è un pezzo che ho improvvisato in sala e poi riscritto a casa, mentre Avida è uno di quei brani che sono stati scritti nell’immediatezza dello studio. Infatti risentendolo c’erano delle frasi che non mi convincevano, mi sembravano troppo semplici. Poi mi sono resa conto che era un mio blocco mentale. Uno dei tanti paletti che mi ero messa davanti in questi anni. 

 

 

 

Per esempio? 

Per esempio, “Voglio fare musica alternativa, quindi non mi voglio vendere, quindi non voglio fare questa cosa…”. Questo mi ha portata ad allontanarmi sempre di più e paradossalmente a dare sempre di meno. Perché man mano che restringi il tuo campo, man mano che ti chiudi, finisci per vivere una condizione isolata in cui capisci solo tu le cose che fai e non le condividi più con nessuno. Condivisione è anche lasciar andare delle cose che non ti piacciono tanto. Perché la musica è anche terapia. Quindi ho voluto provare questa strada e lavorare su un prodotto sincero, come dice Vieri, dall’inizio alla fine. Ci sono delle cose che avrei cambiato però le ho tenute così e poi le ho capite. In Contare, per esempio, per la prima volta ho raccontato, non in forma poetica, dei miei problemi personali, delle crisi di panico, dei problemi che mi porto dietro dall’infanzia, della mia ipocondria. Parlarne così schiettamente è stata la forma migliore per non vergognarmene. All’inizio infatti, dopo averla scritta, non la volevo più cantare. Mi piaceva tantissimo ma la volevo cambiare. Pierfrancesco mi ha chiesto perché, dicendomi che era perfetta così com’era, ma io mi sentivo come se mi fossi tolta l’accappatoio e mi mostrassi nuda davanti a tutti. Lo faresti tu in un supermercato?   

 

Una critica che ti facevano all’epoca di Orchidea era che non si capivano le parole quando cantavi…

È vero, però è anche vero che conta più nel pop italiano. Io ci ho messo mesi a capire i testi dei Verdena. Questo voler cantare parola per parola appartiene di più alle giovani fringuelle del pop. In questo album la pronuncia è distinta, un po’ più dettagliata. Pierfrancesco ha seguito quest’aspetto durante le registrazioni, proprio perché voleva che tutti capissero. Però ci sono delle cose nella musica che non vuoi cantare, le vuoi proprio urlare, come quando dico “sapessi ti ho amato a dispetto di te” in Avida. Rispetto al passato questa è una bella differenza. Non siamo stati maniacali, abbiamo preferito salvaguardare l’intenzione dell’interpretazione a discapito magari della perfezione dell’esecuzione. 

 

Rispetto alla voce, ho sempre pensato che ti sentissi a disagio per la sua straordinaria bellezza e che per questo la distorcessi volutamente, come quelle adolescenti con le tette enormi che camminano ricurve per non farsi notare… 

Com’è che ti è venuto proprio l’esempio delle tette? (ride, ndr) Credo che sia un handicap che mi porto dietro per il mio aspetto fisico. Quando da piccola tutti mi dicevano che ero bella, per me non era un valore aggiunto. Per questo i primi anni ho anche esagerato con i piercing, i tatuaggi e i capelli rasta, perché avevo paura che la gente si focalizzasse su quello. E mi sembrava di dover strillare più degli altri per ottenere attenzione o credibilità. Perché è anche vero che l’aspetto fisico non sempre aiuta, soprattutto se sei rocker donna. È più vincente una stranezza. La bellezza dà fastidio. Stessa cosa per la voce. Infatti se vedi in Italia tutti i progetti indie sono caratterizzati da voci non bellissime. Non abbiamo una Fiona Apple, non abbiamo una PJ Harvey. O abbiamo il pop patinato con queste voci tutte nitide o la stranezza dei progetti indie, nei quali la bellezza nella voce è considerata alla pari della gobba. È come se all’indie si addicesse un aspetto brutto e voci distorte. Questa cosa ha cominciato a darmi molto fastidio. Quando canto in italiano prediligo l’enfasi che accompagna le parole e non la veste vocale. In italiano mi viene da interpretare quello che dico con le emozioni e in certi momenti è doveroso chiuderle, nasconderle, distorcete o imbruttirle. Alla fine comunque sono convinta di una cosa: il rock & roll è bello, è sensuale. Io mi sono innamorata di rocker belli, i Duran Duran, gli INXS, figure forti, belle, sexy. Il video di Rec & Play infatti è un omaggio alla bellezza, ai Doors, i Rolling Stones, le groupies degli anni ’70... In generale il disco ha una sessualità molto forte, è molto maschio, e in Rec & Play questa cosa è palese e volevo che uscisse fuori attraverso le immagini. 

mer, 27 mag 2015 - articolo di Tirza Bonifazi

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