Lo stile di Mauro Ermanno Giovanardi

Il mio stile per mettere un punto. Non di arrivo, e forse neanche di partenza. Di sicuro uno spartiacque. È semplicemente il nuovo album di inediti di Mauro Ermanno Giovanardi (Produzioni Fuorivia, distribuzione EGEA) che a partire da Il tuo stile di Léo Ferré, l'unica cover presente in scaletta, sviluppa la sua idea di “crooner-autore” contemporaneo, tra anni '60, un inedito tocco soul, atmosfere cinematografiche e un ricco quartetto vocale a supporto. Oltre che la consueta intensità.

 

Per un artista sempre in movimento come te, diviso tra progetti diversi, non è un po' un rischio dichiarare apertamente “questo è Il mio stile”?

Era un po' rischioso, ma mi sembrava di essere arrivato alla giusta maturità per fermarmi e dire chi sono e cosa mi rimane dopo questi primi vent'anni di attività, quali sono gli elementi fondamentali che compongono il mio stile. Ma sai, anche ai tempi dei La Crus non era facile rispondere alla tipica domanda “che musica fate?”: c'era la parte cantautorale, ma c'erano anche la ricerca e l'elettronica. Da un punto di vista artistico, l'esempio lampante della mia attuale consapevolezza è proprio il pezzo di Léo, difficilissimo, che avevo nel cassetto già dai tempi in cui con i La Crus preparavamo Crocevia (2001). Ma evidentemente solo adesso ero pronto per farlo.

 

Dal punto di vista interpretativo, con questo lavoro, in effetti sembri esplodere definitivamente

Credo di sì. Anche il fatto di aver lavorato tanto in maniera trasversale, dalla recente esperienza con Massimo Cotto e il Chelsea Hotel fino alle reinterpretazioni fatte con gli ukulele del Sinfonico Honolulu, mi ha molto arricchito dal punto di vista espressivo. Sono tutte cose che partecipano e si legano con un unico filo rosso che mi piace seguire. Personalmente i primi due dischi dei La Crus non riesco più a sentirli, ma proprio per come cantavo io! In alcuni momenti era un modo un po' troppo sopra le righe, e poi fino a quel momento avevo sempre cantato in inglese e il passaggio all'italiano non era stato semplice da gestire. 

 

Hai qualche altro brano tipo Il tuo stile, così difficile o intoccabile, ancora chiuso nel cassetto?

La versione de Il vino di Piero Ciampi è diventata nel tempo così importante e ingombrante che non ho più potuto avvicinarmi a questo autore, ma avrei assolutamente voglia di rifare Tu no. Insieme a cose come Vedrai vedrai di Tenco, per me rappresenta un pezzo importantissimo per l'intera canzone italiana. Poi c'è Inverno di De André, già proposta nel mio precedente tour, di cui tra l'altro ho già una versione registrata con l'orchestra, stupenda, che come gli altri è un pezzo che mi appartiene molto. 

 

La televisione svizzera ti ha dedicato un documentario e ti ha ospitato per la presentazione ufficiale dell'album. Mica stai preparando un altro capitolo della fuga dei cervelli all'estero?

Tu scherzi, ma saranno quindici anni che penso di andare a vivere a Lugano! Questa potrebbe essere la volta buona, d'altronde amo la cultura mitteleuropea e il senso civico. Poi mi piace molto la loro concezione della cultura in televisione, che è quella che avevamo noi negli anni '70. Comunque Cult TV, un programma della domenica sera, era già venuto a fare un servizio su Chelsea Hotel, poi il regista Dimitris Statiris ha proposto di seguirmi in studio per fare una specie di backstage sulla lavorazione di questo disco. 

 

Sei un metodico?

Dai dieci anni e mezzo ai quasi diciotto ho praticato il ciclismo ad alti livelli. Ho corso in una squadra molto forte, ero in bici sei giorni su sette. Il sacrificio e la costanza li ho imparati là e me li porto ancora dietro. Quando ho cominciato a lavorare su questo disco ho messo un cartello sulla scrivania con su scritto “disciplina”, e poi, quasi come un vero scrittore, tutti i giorni a letto alle undici, sveglia alle sei, e al lavoro.

 

L'album sarà stampato anche in vinile, in effetti la scaletta si presta perfettamente all'antico rito del cambio di lato.

Già, nella prima parte ci sono i pezzi un po' più nuovi e insoliti per me, poi piano piano c'è come un ritorno a casa con atmosfere più familiari. Sono soddisfatto e appagato, ogni pezzo è stato pesato in ogni dettaglio con Leziero Rescigno, che li ha seguiti tutti, sin dalla pre-produzione. Nel disco precedente volevo portare l'ascoltatore nel mio personale viaggio nella seconda metà degli anni '60 con brani più dichiarati, come Se perdo anche te, che serviva proprio a dare delle coordinate stilistico-temporali. Stavolta mi sono detto okay, mi appassiona quel suono là, quasi in bianco e nero, ma ci siamo ripromessi, io e Leziero, di arrivarci più naturali e sereni, come se avessimo interiorizzato la lezione del lavoro precedente.

 

Senza archi.

La scelta di rinunciare agli archi, avere i fiati e soprattutto un quartetto vocale mi ha molto impressionato nel risultato. Alcune delle linee vocali erano inizialmente pensate proprio per gli archi, in questo modo abbiamo perso un po' di tono epico guadagnando però tantissimo in freschezza. 

 

photo credit Silva Rotelli 

 

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ven, 22 mag 2015 - articolo di Gabriele Guerra

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