Nanni Moretti: la madre, il cinema nel cinema, la stanza degli specchi

Un titolo semplice e potente per raccontare una storia di passaggio inevitabile, forse maturazione, di sicuro gonfia di incertezza. Nanni Moretti torna al cinema il 16 aprile con Mia madre (recensione / una coproduzione Sacher Film – Fandango, Rai Cinema, LE PACTE – ARTE, in più di 400 copie distribuite da 01 Distribution) lasciandoci entrare, con coraggio, nel suo personale labirinto di specchi. Un riflesso infinito fra vita reale, finzione cinematografica, alter ego, dubbi e proiezioni destinato ancora una volta a colpire il pubblico, la critica e magari Cannes. Le sue parole alla presentazione romana, nel suo cinema, il Nuovo Sacher.

 

Margherita Buy e altri ricorsi

“Con Margherita siamo al terzo film di fila insieme, così come con Francesco Piccolo (sceneggiatura), mentre è il secondo con Procacci (produzione Fandango). Lei in particolare su settanta giorni di riprese ne ha saltato solamente uno, in cui poi abbiamo girato una scena per di più tagliata. Nel film scherzo un po' con questa frase di Brecht, sullo stare accanto al personaggio, ma è una cosa che ho sempre detto realmente agli attori. Quindi semmai prendo in giro me stesso, che è molto più faticoso. Lo dico perché un attore non deve mai essere a una sola dimensione. Per esempio quando Margherita si incazza non la sentite urlare e basta, ma dentro l'incazzatura c'è sempre anche del dolore, e ci sono altre cose. Magari non mi spiego bene come Brecht, ma poi nei fatti ottengo dei risultati di cui sono soddisfatto.”

 

Autobiografia

“Qualcosa di autobiografico c'è, senz'altro. Singole citazioni, come per esempio quando Turturro urla di volere tornare alla realtà, che si ispira a qualcosa vissuto con Michel Piccoli per Habemus Papam. Quando si gira di notte io recupero benissimo, perché dormo di giorno e non ho problemi. Piccoli invece no, per cui alla fine di una settimana piuttosto snervante è uscito fuori quel grido di libertà, che ho voluto riproporre qui. Poi c'è il tema generale, che è un passaggio importante della vita, che a me è capitato sempre durante il montaggio di Habemus Papam: volevo solo raccontare, senza sadismo, questo passaggio. Mi imbarazza parlare della mia vera madre, ma solo dopo mi sono reso conto che c'erano generazioni di ex alunni che continuavano a frequentarla, in quanto professoressa che conservavano ancora come punto di riferimento. Una cosa che mi si è rivelata con molto forza proprio dopo la sua morte.”

 

Cultura

“Non è detto che la cultura sia in crisi, anzi. Nel mio film c'è una scena in cui si vede il Capranichetta, che era il cinema delle grandi 'teniture', le lunghe programmazioni. Ebbene, adesso mi viene da pensare che proprio qui vicino c'è il cinema Intrastevere che da circa sei mesi ha in programmazione il documentario di Win Wenders dedicato all'opera di Salgado, Il Sale della Terra. Non penso che la cultura sia morta.”

 

Stile e punto di arrivo

“Diciamo che in questi primi film della mia carriera, quelli fatti fino adesso, questo è stato il mio modo di raccontare. Ma non solo non costringerei altri a usare questo 'stile', non lo raccomanderei nemmeno a me stesso per il futuro. A differenza di altri colleghi io sono molto lento, non faccio film uno dietro l'altro, per cui non ho un'idea precisa di dove andrò. Però magari un punto di arrivo a cui tendo è la semplicità con cui sono raccontate delle cose. Da non confondere con la spontaneità o la banalità, perché la semplicità non può essere un punto di partenza. Ci vuole molto lavoro, attraverso un processo di scrittura, regia e interpretazione, e solo alla fine ci si può arrivare.”

 

Inadeguatezza 

“Il senso del disagio lo conosco molto bene, non solo in pubblico. Prima mi illudevo che con il tempo mi sarei fatto 'il pelo sullo stomaco' – espressione terribile – invece a me pare succedere il contrario. Non è riposante. Faccio sempre gli stessi sogni prima del primo giorno di riprese, ho gli stessi dubbi, insicurezze, angoscia e ripensamenti come 30 o 40 anni fa. Poi penso anche che quando si fa un film, si fa un film e basta, anche se il tema è forte, ci si concentra sulla regia, i casting, la recitazione, il montaggio, eccetera. Il tema che stai trattando non ti investe con tutta la sua forza. Ma forse non sono d'accordo con me stesso”.  

gio, 16 apr 2015 - articolo di Gabriele Guerra

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