Nadàr Solo: abbiamo Fame

Esistono percorsi lunghi e scorciatoie. Se l'istinto porterebbe chiunque a intraprendere la strada più agevole, a volte la via accidentata ti rende più consapevole e stimola la tua creatività. In questa filosofia di vita c'è il percorso dei Nadàr Solo, trio del nuovo corso generazionale torinese. L'album Fame rappresenta l'istinto di chi non si accontenta e percorre la strada lunga, ma guardando le impronte lasciate alle spalle non si pente. Le parole di Matteo De Simone lo confermano.  

 

State gridando veramente nella foto sulla copertina di Fame?

Ci siamo lesionati le corde vocali, perché  abbiamo realmente gridato! Annapaola Martin, l'autrice del set fotografico, voleva catturare un grido autentico. Abbiamo urlato una trentina di volte, però è venuta bene. Si vede proprio la vena sul collo!

 

Titolo e cover potrebbero rimandare a una fame dai molti significati.    Sicuramente la fame è interpretabile in tanti modi diversi. Il primo accento è quello letterale: la fame fisica, la condicio sine qua non per restare in vita. Ma metaforicamente la fame è sempre stata utilizzata per indicare qualsiasi tipo di mancanza possibile, sia essa emotiva, psicologica, o frustrazione, desiderio insoddisfatto. Là dove non c'è sazietà, c'è fame. L'idea che avevamo noi Nadàr Solo inizialmente era quella di raccontare alcuni personaggi sofferenti che avessero nella loro vita delle mancanze: una sorta di concept album descritto attraverso malattie psicosomatiche. Il disco ha avuto una lunga gestazione, ma l'idea della mancanza è rimasta come elemento di legame.      

 

Quanto è stata importante la fame nella carriera dei Nadar Solo?

La nostra è una storia non semplice. Non siamo un gruppo che è stato baciato subito dalla fortuna, anzi non lo siamo tutt'ora. Abbiamo sempre lavorato tanto, ci siamo impegnati , quindi sicuramente si presuppone una fame fortissima in tutto quello che facciamo. Per noi la musica è un bisogno forte, un modo di stare al mondo di cui non potremmo mai fare a meno. Abbiamo sempre incontrato tante difficoltà, ma sempre con l'atteggiamento mentale di non fermarci mai. In realtà non credo veramente nella fortuna, perché le cose che ti capitano nella vita le determini tu.  

 

Se potessi cambiare le regole della discografia, della promozione musicale, su cosa agiresti?

Difficile dirlo in poche parole perché ci sono tantissime lacune — specialmente in Italia —  nella lavorazione dei prodotti musicali. Innanzitutto partirei dai live, un settore che necessita di essere salvaguardato. Stiamo vivendo una crisi estesa che oggi riguarda anche la musica dal vivo: è sempre più difficile suonare anche perché c'è un atteggiamento psicologico rassegnato da parte degli organizzatori e dei promoter. Non c'è più una visione sul lungo periodo, si tende a sbagliare tante serate. Partirei dal ricominciare a costruire le carriere degli artisti con piccole serate e portando sul territorio i gruppi più volte nell'arco del tempo, per farli crescere. Una volta era così. Nei momenti di crisi bisogna saper guardare al periodo in cui la crisi passerà, altrimenti tra un paio d'anni non ci saranno più band da far suonare. 

 

I denti sono ancora guasti?

Credo che tu ti riferisca al mio romanzo Denti guasti (Hacca Edizioni). Sono sempre guasti comunque. Il libro è uscito tre anni fa e ha avuto un senso particolare perché mi ha messo in contatto con Pierpaolo Capovilla ed è stata una bella vicenda. Lui ha scritto la prefazione del libro, abbiamo fatto dei reading letterari in giro per l'Italia e i Nadàr Solo hanno collaborato con Il Teatro degli Orrori.   

 

Che distanza c'è tra lo scrivere un romanzo e il testo di una canzone?

Sono due attività agli antipodi. Anche a livello di stati emotivi la distanza è enorme. La canzone ti costringe a una grandissima sintesi e a un contatto diretto con l'emozione, un processo che viene comunque aiutato dalla musica. Io generalmente scrivo insieme parole e musica, quindi è un gesto unico. Un libro richiede una programmaticità diversa e anche una disponibilità in termini di tempo. Sai già prima di iniziare che su un libro puoi starci anche un annetto, tra una cosa e l'altra, devi avere il tempo per concentrarti e darti delle regole, obbligarti a scrivere anche tutti i giorni. Una canzone puoi scriverla anche in un pomeriggio.  

 

Mettere in ordine le note e mettere in fila le parole sono cose che fai con la stessa naturalezza?

Sì e no, nel senso che la musica l'ho sempre vissuta nel modo più naturale. Ad esempio mia madre cercava di farmi prendere lezioni di piano da piccolo, ma non ce l'ha mai fatta perché io sono sempre stato un istintivo. La letteratura invece richiede un metodo, per cui da un lato c'è l'afflato, che è l'urgenza e la spontaneità della musica, dall'altro devi regolare l'impulso perché altrimenti non arrivi alla fine, senza disciplina tutto si disperde. Almeno questo è vero per me, per altri scrittori non sarà così.  

 

Torino, la vostra città, è fonte di ispirazione?

Noi non siamo così legati alla nostra città. Siamo parte integrante della nuova scena torinese, e siamo contenti di essere nel fulcro del processo di ricambio. Noi, Levante, Alberto Bianco, Daniele Celona e tanti altri stiamo portando una cambiamento che mancava da un po' di tempo. Però a livello di composizione, se penso ai Subsonica che all'epoca avevano fatto della loro “torinesità” un brand, direi che non è una cosa che ci riguarda.  photo credit Annapaola Martin

gio, 26 mar 2015 - articolo di Luca Cacciatore

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