Umberto Maria Giardini: passato, reminiscenze e Moltheni

Parla perimetrando bene le parole Umberto Maria Giardini. Senza affanno ne ricerca il peso specifico, perché esse aderiscano perfettamente al pensiero. Si potrebbe dire: maturità conquistata. Ma la maturità, a volte, rischia di addomesticare lo spirito. Invece sotto quella che sembra cenere arde ancora la brace di un pensiero acuto, bruciante e penetrante. Che si trasforma in musica nel nuovo album Protestantesima (leggi recensione). Alla vigilia dell’uscita, ne parliamo con l’artista marchigiano, senza la nostalgia per Moltheni, vecchia incarnazione di un percorso musicale che va avanti discograficamente dal 1999.

 

Protestantesima è un disco molto più complesso dei precedenti. È uno spartiacque e segna un netto passo in avanti rispetto a quello che hai realizzato fino ad oggi.

È nato dalla volontà di guardare bene le poche carte che mi erano rimaste in mano. E di azzardare qualcosa di nuovo, ma col raziocinio e il buon senso che viene con l’esperienza e l’età. Protestantesima è un album in cui la messa a fuoco di quanto desideravo fare è ottimale. Sono stato avvantaggiato dal fatto che ho avuto molto tempo per realizzarlo. Avevo intenzione di far passare un lungo periodo dall’ultimo lavoro, l’EP Ognuno di noi è un po’ anticristo, uscito nel 2013. Fra quel disco e il nuovo sono successe molte cose. È morta mia madre, sono diventato padre di Martino, ho sperimentato il ruolo di genitore. Tutto questo mi ha svincolato da una certa urgenza artistica. E ha portato benefici all’album che è sicuramente meno immediato e più pensato dei precedenti. Ad esempio, non mi era mai capitato di registrare in due sessioni – una a metà a giugno e un’altra a settembre. L’ho fatto per necessità, come conseguenza degli eventi. Il disco è germogliato da sé.

 

Cosa significa Protestantesima?

Era un termine che mi girava in testa da molto tempo, senza un motivo preciso. Non ha un vero e proprio significato. Allo stesso tempo si collega a una forma di protesta molto “peace and love”. Volevo affermare: attenzione, ho ancora qualcosa da dire, nonostante il mercato e la scarsa attenzione del pubblico, soprattutto quello più giovane, al quale faccio sempre più difficoltà a rivolgermi. È un titolo che vuole anche essere fuori moda: sembra un termine ecclesiastico, ma non lo è. È qualcosa da tradurre, fatto apposta per confondere. Non vuol dire nulla. Ma anche tutto.

 

E poi è un termine declinato al femminile…

Sì! Volevo riferirmi a qualcosa che arriva allo scopo, ma con una grazia tipicamente femminile. Non poteva essere “protestantesimo”.

 

Sei tornato a testi più ermetici rispetto all’ultimo Moltheni, che sembrava aver trovato una via di comunicazione più diretta.

Sono una persona con i piedi per terra e molto realista. Cerco sempre di prevedere le cose, ma non mi affanno per ottenerle. Tuttavia il lavoro sui testi non è stato premeditato. È venuto da sé. Mi sono dato molta libertà e serenità. Riacciuffare una sorta di ermetismo o di sonorità del linguaggio non è stato un calcolo deliberato. Probabilmente la scrittura rispecchia il momento che sto vivendo.

 

La band con cui hai registrato il disco è cambiata rispetto a quella con cui avevi lavorato sui precedenti e con cui andavi in tour. Quanto questo cambiamento ha contribuito a creare un suono più complesso e stratificato?

Rispetto a La dieta dell’imperatrice (il primo disco realizzato col nome Umberto Maria Giardini, uscito nel 2012, ndr), il suono è più complesso perché, come dicevo, Protestantesima è stato più pensato e ha avuto tempi di lavorazione più lunghi. Inoltre ho chiesto ad Antonio “Cooper” Cupertino, il produttore col quale ormai collaboro da anni, un maggiore accanimento verso la perfezione. La nuova band ha contribuito alla materializzazione del processo a trecentosessanta gradi. Alla batteria è sopraggiunto Giulio Martinelli, un batterista meno istintivo del bravissimo Christian Franchi, che precedentemente suonava con me. Automaticamente la sezione ritmica è stata studiata a partire dal singolo colpo di piatto o di rullante. Giovanni Parmeggiani, che suonava il Rhodes e l’Hammond, è stato sostituito da Michele Zanni, la colonna portante di questo nuovo disco. Ha suonato il Moog, che ha dato una veste inedita alla mia musica. Inoltre in alcuni brani ha anche suonato il basso, che avevo escluso dai due dischi precedenti. È rimasto, invece, Marco Marzo Maracas alle chitarre, che ha svolto il suo ruolo, puntuale come sempre.

 

Si potrebbe dire che la tua musica è affetta da una sorta di atteggiamento un po’ nostalgico verso sonorità che arrivano direttamente dal passato.

Fa parte di una ricerca della bellezza e oggi bellezza non c’è più. Sono sempre stato un accanito sostenitore del passato, sotto ogni sua forma. Ammetto che anche nella mia vita privata, oltre al presente, vivo molto di reminiscenze. E quindi tutto ciò che appartiene alla musica, ma anche all’arte, allo sport, all’arredamento, al vestiario, a un certo bon ton e a tutti gli ingredienti che vanno a condire il minestrone della vita di ogni persona, non può non collegarsi agli anni Cinquanta, Sessanta e, forse un po’ più ironicamente rispetto ai decenni che ho appena indicato, agli anni Settanta.

 

Che cosa rimane oggi di Moltheni?

Rimane tutto e niente. Tutto perché ero sempre io. Non rimane niente perché dal 2010 ho cercato una precisa svolta. Ciò non toglie che non rimpiango nulla: sono molto orgoglioso della parte della mia carriera sotto il nome di Moltheni. Nella mia musica c’è e ci sarà sempre tanto di Moltheni, pur guardando avanti. Mi piace addormentarmi nei caldi plaid del passato. Ma sono anche una persona molto progressista.

 

In passato sei stato molto polemico nei confronti della scena musicale italiana. Sei ancora scettico su quanto ci circonda?

La mia opinione non è cambiata. Prima di essere un mio personale giudizio, condivisibile o meno, la mia visione tenta di essere realistica: fuori c’è il deserto, musicalmente parlando, sia per quanto riguarda le grandi realtà che i nuovi nomi dell’indie. Non mi illudo di percepire grossi miglioramenti artistici, non vedo in lontananza una luce nel buio. Sarà forse perché invecchiando si diventa sempre più critici. C’è ben poco che mi piace. Amo molto Daniele Celona e Matteo Toni, che apriranno alcune date del tour che sta per partire. Tutti i nomi della scena italiana mi hanno deluso moltissimo. Non vedo coraggio anche in chi se lo potrebbe permettere.

 

In Il vaso di Pandora canti “Torno quando andrà di moda il porno a scuola”. Non credi che la pornografia, non intesa in senso letterale ma come atteggiamento di facile accesso a tutto ciò che ci circonda, sia già sin troppo diffusa? 

Quel tipo di pornografia di cui tu parli è già diffuso a scuola. I più giovani hanno già acquisito quell’atteggiamento da tempo. Ma con quella frase volevo dire che tornerò fra molto tempo.

 

foto credit Riccardo Bandiera 

gio, 26 feb 2015 - articolo di Mauro Petruzziello

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