Mario Cianchi: Com’era in origine

C’è tutta la visceralità e la contraddizione dei giovani cantautori nel nuovo EP di Mario Cianchi, Com’era in origine (Pirames). L’artista originario di Grosseto si è distanziato dal classico pop che lo ha fatto conoscere come autore di Irene Fornaciari, Valerio Scanu ed Elisa, e ha preso la sua strada naturale, più rock. Non stravolge le regole ma incuriosisce, rivelando indubbiamente una nuova personalità nel panorama degli emergenti. Oltre alla title-track l’EP contiene anche È stato tutto inutile e Allucinazioni.

 

Cosa unisce i tre pezzi nelle tue intenzioni?

C'è sicuramente una tematica comune. Spesso facciamo fatica a renderci conto di cosa sia veramente importante e cosa no, perdiamo lucidità e ci mettiamo a rincorrere cose che luccicano ma che in fondo hanno pochissimo valore. Alle volte questo ci trascina in crisi profonde. Passiamo il tempo a cercare di accumulare, quando forse basterebbe privarsi di qualcosa per viaggiare più leggeri e vivere una vita migliore.

 

Infatti come emergente in pochi anni hai fatto molto, compreso mettere su famiglia.

Ebbene sì, c’è ancora qualcuno che fa figli sotto i quaranta! Credo di conciliare bene questo lavoro così indipendente con la famiglia. Poi penso che la mia scrittura sia influenzata dalle esperienze che vivo: tutte le situazioni personali possono riversarsi in quello che scrivo.

 

Il titolo dell’EP suona quasi come un rimpianto.

Volevo un titolo che evocasse tutte le involuzioni tipiche di una coppia col passare del tempo, quando si perde l’entusiasmo e ci si dimentica davvero di tutto quello che si era all’inizio. Sicuramente alla spensieratezza subentrano i pensieri, e la passione pura dei primi tempi va sfumando.

 

Di cosa parlano i testi?

Ogni tanto bisognerebbe fermarsi e dire: cosa sto inseguendo, cosa sto facendo, perché trascuro alcune cose per dare peso ad altre superficiali? Non è una presa di posizione contro il consumismo, ma è un fatto che alcuni interessi accessori diventano primari senza un motivo. A volte mi sembra di essere costretto a vivere in una macchina dei sogni.

 

Hai registrato in Sicilia da Daniele Grasso, produttore di molte indie band italiane. Perché?

Cerco di muovermi sempre senza troppi calcoli. Con Daniele ci siamo messi a scrivere appositamente per esplorare certi mondi sonori, concentrandoci su situazioni ispirate dai testi che già avevo. Poi Catania si presta a queste aperture, con tutti i musicisti che passano negli studi di registrazione, perfino la pietra lavica ti ispira. È una città che aiuta molto la creazione, è adatta a fare musica con un fermento che non si nota in altri posti in Italia in questi anni.

 

Cosa ti ha consigliato come produttore?

Di scrivere di pancia, senza porsi limiti. Musicalmente mi sono affidato molto a lui, sono un estimatore di alcuni suoi lavori, come quelli con Cesare Basile e Diego Mancino, e quando ho avuto l'opportunità di poterci lavorare l’ho colta al volo.

 

L'obiettivo di un artista indipendente è l'affermazione commerciale?

Ovviamente, chi spera nel fallimento? Diciamo che bisogna iniziare a ripensare come una volta, costruendo a piccoli passi la carriera, giorno dopo giorno negli anni. È un'idea nuova anche per me, molto distante da quello che faccio di solito come autore per gli altri.

 

E con quale spirito si gira un video?

Per avere una presenza sul web con un prodotto esteticamente godibile. Per Allucinazioni ho lavorato con il regista dei Serpenti, Marco Serpenti che ha lavorato anche per Il Genio. Abbiamo chiamato Alice Consoli come modella e abbiamo avuto la fotografia di Nicola Schito, tutte persone che hanno avuto spunti geniali. Le allucinazioni sono ambigue, possono attrarre ma fondamentalmente non si sa se esistono o meno.

 

Come valuti la scena musicale in cui ti stai muovendo?

È un momento di ricostruzione nel panorama, perché i vecchi metodi di approccio alla discografia si stanno trasformando e cambiano le forme di comunicazione. Oggi ce n'è molta di più per le nicchie, una diretta conseguenza dell’apertura del mercato. C’è anche un grosso volume di uscite, e mi chiedo come si possa dare la giusta attenzione, anche nel mondo pop, a tanti “artisti”. Beh, parola grossa: siamo cantanti e autori, iniziamo a chiamarci per nome.

 

Cosa vorresti per te?

La possibilità di sbagliare e uscire dalla logica del “one shot, one kill”. Oggi, in qualsiasi carriera, ti dicono che o prendi la tua chance al volo o sei finito. Se fossimo più rilassati sarebbe meglio.

 

photo credit Federico Porta

 

gio, 6 feb 2014 - articolo di Christian D'Antonio

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