Marta sui tubi, Quinto: non uccidere

Dal passaggio sanremese al nuovo album: intervista a Giovanni Gulino

A dieci anni di distanza dal primo disco I Marta sui tubi pubblicano Cinque, la luna e le spine, e possono dire di averle viste tutte. Tra i locali underground popolati da pochi testimoni oculari e la vetrina del Festival di Sanremo, i Marta, nel mezzo, hanno fatto la vera gavetta. Negli anni hanno allargato la formazione, fondato una loro etichetta, e Giovanni Gulino – protagonista della nostra intervista – ha trovato anche il tempo per creare un sito di crowdfunding per musicisti. Cosa ha convinto la band più folle d’Italia a salire sul palco dell’Ariston? Le bevute gratis...

 

In tv sembravate molto emozionati alla prima esibizione sanremese.

Più che emozionati eravamo tesissimi. Da dietro le quinte abbiamo dovuto assistere alla performance di Crozza, che come ricorderete è stata un mezzo dramma. Nel backstage c’era un putiferio! Salire sul palco dopo tutto questo è stata come una liberazione, ma l’attesa ha fatto aumentare la tensione. La prima uscita poteva essere certamente migliore, ma il clima surreale non ci ha aiutato.

 

Si può dire che è l’evento che vi ha fatto tremare le gambe come mai prima?

Probabilmente sì, perché il Festival non inizia quando sali sul palco, inizia quando mesi prima ti dicono che le tue canzoni sono state accettate. L’attesa cresce anche per tutte le persone che ti circondano, che conosci o che hai conosciuto e delle quali ti eri dimenticato. Si rifanno tutti vivi quando sanno che andrai a Sanremo. Fanno il tifo o al contrario non aspettano altro che il tuo errore. La pressione è tanta. Abbiamo suonato davanti a centinaia di migliaia di persone al concerto del Primo Maggio, eppure il piccolo Teatro Ariston – che al massimo contiene 1500 persone – ti fa un effetto assurdo.

 

Quando avete sentito “la chiamata” per Sanremo?

Già due anni fa potevamo salire sul palco dell’Ariston con Anna Oxa per un duetto, ma lei fu eliminata dalla gara e l’occasione sfumò. Avendo comunque respirato l’aria del Festival quel passaggio ha abbattuto i preconcetti che avevamo nei confronti dell’evento. Quando poi abbiamo saputo che la conduzione sarebbe stata affidata a Fabio Fazio, la direzione artistica a Mauro Pagani, abbiamo pensato che era l’occasione giusta per noi. Confrontandoci poi con gli Afterhours e i Marlene Kuntz, che avevano vissuto l'esperienza in precedenza, abbiamo superato ogni residua titubanza. Soprattutto quando ci hanno riferito che si beve gratis!

 

Cinque, la luna e le spine: un titolo che esige spiegazioni.

Cinque, perché da cinque anni i Marta sui tubi sono composti da cinque persone, e questo è il nostro quinto disco. Ma è anche riferito al quinto comandamento: “non uccidere”. Uno dei temi portanti del disco è il senso di colpa, da cui deriva la citazione di una leggenda medievale che vuole Caino esiliato sulla luna con una fascina di spine sulla schiena quale punizione per i suoi peccati. Le macchie lunari rappresentano le sue ferite: da qui la luna e le spine.

 

Sapevate già che sareste andati a Sanremo durante la gestazione del disco?

Sì. Va però precisato che le due canzoni da noi proposte per la competizione preesistevano, il destino ha voluto che queste canzoni fossero comunque idonee al Festival. Ci sono episodi oscuri e sperimentali del disco che non sarebbero stati adeguati al contesto. Forse è l’album più coraggioso che abbiamo fatto negli ultimi anni.

 

Per una band come la vostra, andare in televisione significa scendere a compromessi?

In questo momento siamo molto attenti a centellinare le nostre presenze mediatiche extra-festival. Non vogliamo fare i personaggi televisivi, vogliamo fare i musicisti. Cercheremo occasioni in cui ci sia l’opportunità di suonare dal vivo: eviteremo playback e situazioni dove veniamo presi più come un fenomeno di costume piuttosto che per musicisti veri. Chiaramente andare a Sanremo significa anche andare a La vita in diretta e a Uno Mattina, ma ci siamo divertiti nel farlo. Basta prendere le cose per gioco.

 

Come nasce generalmente una vostra canzone?

Non c’è un metodo unico. Siamo fortunati perché siamo un gruppo vero, non c’è un unico compositore e degli esecutori. Ognuno di noi ha la possibilità di buttare giù delle idee autonomamente, incidendole a casa propria su pc. Poi ognuno cura la sua parte creativa specifica. Di solito si parte dagli spunti individuali, poi in saletta e il tutto si espande diventando una canzone. Altre volte, invece, capita che qualcuno abbia la canzone già bella e finita.

 

Nel 2008 avete fondato la vostra etichetta – anagramma — Tamburi Usati. Suggeriresti un percorso analogo a un esordiente?

No. Agli inizi un artista ha bisogno di un manager, di un ex musicista o un musicista con esperienza che gli faccia capire dove andare a parare e dove mettere le mani. Dieci anni fa — ai nostri esordi — non sapevamo assolutamente la differenza tra un contratto discografico e un contratto di edizione. Il diritto d’autore è una montagna da scalare se ci vuoi capire qualcosa. Quando poi hai qualche disco alle spalle, allora puoi muoverti autonomamente. Io ho creato il sito www.musicraiser.com che dà la possibilità a chi ha un progetto musicale di farselo finanziare dalla rete. In quattro mesi abbiamo già distribuito circa 115 mila euro a band italiane e non. Se reputiamo valido un progetto offriamo questa vetrina, a quel punto l’artista lo fa conoscere tramite social network, offrendo in cambio del versamento un corrispettivo quale il disco stesso, la sua vecchia chitarra, o un ingresso al backstage dei propri concerti.

 

photo credit Simone Cecchetti 

mer, 20 mar 2013 - articolo di Luca Cacciatore

Tag: Marta Sui Tubi

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