John Taylor: come eravamo Duran

Il bassista racconta la sua vita - e quella della band - con l'autobiografia Nel ritmo del piacere

Quando una rockstar del calibro di John Taylor, 52enne bassista fondatore dei Duran Duran, decide di mettere su carta la propria storia, si può star certi che diventerà un libro da studiare con attenzione. Poi succede che sfogliando Nel ritmo del piacere – Amore, morte e Duran Duran (Arcana) ci si ritrova proiettati anche oltre, e il viaggio personale di un artista diventa universale: l’Inghilterra del dopoguerra, il glam rock degli anni '70, il punk, i new romantic visti da dentro. Troppo irresistibile per non farsi raccontare ulteriori retroscena.

 

Nella prima parte del libro emerge una visione dei Duran Duran completamente diversa dall’immagine di gruppo per teen ager: eravate dei principianti molto ambiziosi.

È vero, siamo partiti sul finire degli anni '70 quando la generazione giovane aveva preso a calci quella precedente, per merito del punk. Poi penso che in realtà in ogni epoca c’è un ragazzino a Milano o a Chicago che a 18 anni è lì che pensa a come farcela, e ci mette tutto il suo ingegno per sfondare in qualche modo.

 

Siete stati fortunati o abili?

Avevamo delle idee e nel 1980 ci credevamo molto, perché c’era un clima favorevole alle nuove generazioni. I giovani si mettevano a scrivere la loro musica senza essere degli esperti tremendi, nessuno faceva cover e c’era la convinzione di non doversi confrontare con un passato ingombrante. Dovevi avere solo un po’ di stile, originalità e un’idea giusta, non c’erano assoli di chitarre complicati, i giovani avevano tolto il potere ai Led Zeppelin e a quel tipo di musica.

 

Racconti anche dell’importanza di avere un manager. Chi vi suggeriva cosa fare?

Io e Nick Rhodes reclutammo allo scopo i fratelli Paul e Michael Berrow, che all'epoca gestivano un locale. Dopo sole 6 settimane, il nostro cantante (prima dell’arrivo di Simon Le Bon, ndr) ebbe un diverbio con uno di loro, ma noi ci tenemmo i manager e cacciammo il cantante! C’era la sensazione che il manager fosse una figura meno rimpiazzabile di un membro della band.

 

È strano pensare che a 18 anni eravate già così smaliziati!

Non so se siamo stati furbi, ma è stato molto spavaldo. Avevamo voglia di bruciare le tappe e facevamo piani da rockstar ben prima di diventarlo.

 

E i vostri genitori?

Nel libro parlo molto di loro perché avevo e ho tuttora un grande legame con i miei, anche se non ci sono più. Quando viaggiavo e vedevo questi posti esotici per la prima volta volevo renderli partecipi, li chiamavo, mandavo cartoline. E devo ammettere che i miei genitori, insieme a tutti quelli degli altri della band, negli anni '80 sono stati i nostri più grandi sostenitori.

 

La formazione cattolica di tua madre ti ha influenzato molto?

Nella misura in cui ancora oggi la spiritualità è un fil rouge della mia vita, perché sono stato cresciuto da una madre molto religiosa, ma non ho mai seguito un percorso fin quando non sono stato grande abbastanza per scegliere da solo, e ho smesso di andare in chiesa. C’è sicuramente uno spazio nella mia vita dove c’è bisogno di spiritualità. Ho girato vorticosamente nei miei 20 anni e solo quando mi sono sistemato, dopo i 30 anni, mi sono riconnesso con questo genere di pensieri.

 

Si può essere una rockstar globale e pensare a Dio?

Mi ripetevo “tu non sei cattolico, ma hai Dio nella tua vita”. E pensavo inoltre che la mia idea di Dio non dovesse essere uguale a quella di qualcun altro. Ed è un’idea ancora adesso in evoluzione perché credo di dover giustificare l’universo in qualche modo, e funziona così per me. È come qualsiasi altra filosofia, si può anche approfondire o scegliere di seguirla perché qualcuno ti fa scoprire un aspetto nuovo.

 

Nel libro descrivi anche una relazione inedita tra religione e musica pop.

Andare in chiesa da piccolo è stato bello anche perché mi ha dato l’opportunità di ascoltare della musica fantastica e melodiosa. Quelle religiose sono canzoni che secondo me sono alla base delle melodie pop europee, così come il gospel è alla base della musica moderna americana.

 

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Il grande successo dei Duran Duran poi vi ha proprio trasformato in delle icone simil-religiose. Vi ha spaventato?

Non ci pensavamo tanto in verità, non volevamo responsabilità. Però ammetto oggi che riguardando a come eravamo trattati dal pubblico eravamo diventati davvero oggetti di culto. In un certo senso è una cosa che accade alle figure pubbliche di tanto in tanto, perché siamo tutti cresciuti con l’idea di adorare divinità, rispettare un qualcosa di “alto”. Per molti giovani eravamo degli esempi molto più umani. Pensa negli anni '80 dover seguire l'immagine di Gesù, che camminava sulle acque e porgeva l’altra guancia. Noi eravamo più abbordabili.

 

Cosa ricordi del periodo in cui la band passò da 5 a 3 elementi?

Sicuramente l’affetto del pubblico italiano. Da Notorious in poi non ci avete più abbandonato, e questo ci ha dato molta energia, quando invece nei mercati che ci avevano sostenuto all’inizio le cose andavano peggio. La cultura italiana è piena di drammatizzazione e noi l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle. A volte è stato anche troppo, specie quando ci hanno fatto andare quattro volte al Festival di Sanremo!

 

A metà degli anni '90 sei andato in California e hai lasciato la band. Com’era la tua vita allora?

La California è un posto molto aperto, pieno di incroci e molto adatto a chi vuole vivere di arte, spiritualità e relazioni umane. Sono stato fortunato a trovarmi lì. È anche il posto dove mi sono convinto che era necessario disintossicarmi dalle mie dipendenze.

 

E negli anni 2000 hai rimesso in piedi la formazione originale. Di chi è stata la “colpa”?

Qualcuno leggendo il libro ha detto che c’è stato lo zampino di mia moglie. Non ci avevo mai pensato, in verità può essere perché quando ho sposato Gela (Nash, la creatrice del marchio Juicy Couture, ndr) lei non aveva mai visto la band originale. E a un evento proprio lei ha riavvicinato me e Simon.

 

Rimpianti?

Il non aver fatto un buon disco con Andy Taylor (il chitarrista uscito dal gruppo nel 2006, ndr). Ci siamo andati vicini, ci ha lasciato proprio nel momento in cui ci stava producendo Timbaland e con lui sarebbe stato un momento molto interessante, creativamente parlando.

 

Cosa ti aspetti dal futuro?

Abbiamo fatto un buon disco con Mark Ronson, All You Need Is Now, e lo abbiamo richiamato per il prossimo che inizieremo a registrare nella primavera del 2013. Voglio che sia un prodotto ancora migliore perché è questa la vera ragione per cui facciamo il nostro lavoro. La scrittura di nuove canzoni è ancora alla base della nostra attività.

mer, 23 gen 2013 - articolo di Christian D'Antonio

Tag: Libri  Duran Duran

Commenti

  • lucia
    lucia
    14 febbraio 2013, 17:58
    complimenti jion eilfasoino della maturazzione interiore ciao tivoglo bene

  • Lost-translation
    Lost-translation
    14 febbraio 2013, 18:29
    proviamo una traduzione: "complimenti John, è il fascino della maturazione interiore. Ciao, ti voglio bene."

  • ciro
    ciro
    5 dicembre 2015, 19:51
    fottiti

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