Gaber: 50 artisti per il tributo a 10 anni dalla scomparsa

Intervista a Paolo Dal Bon, Presidente della Fondazione Giorgio Gaber 

Per Gaber... io ci sono. Un titolo, e un tributo, come sarebbero piaciuti al Signor G. A dieci anni dalla scomparsa, 50 artisti italiani rileggono la parabola del rocker diventato poi padre del teatro canzone. Parliamo del vuoto incolmabile lasciato dal brillante cantautore milanese con il Presidente della Fondazione Giorgio Gaber, Paolo Dal Bon.

 

Quanto è stato complesso realizzare un tributo che annovera 50 artisti?

Assemblare 50 brani è come mettere in moto una macchina complessa, anche da un punto di vista burocratico. Però è stata una grande gioia, perché Per Gaber... io ci sono nasce dall’entusiasmo nostro e di chi vi ha partecipato. Quando c’è questa energia le cose scorrono, ed è un piacere lavorare. La Fondazione Giorgio Gaber organizza eventi da anni, e sono tantissimi gli artisti che hanno aderito. Arrivati al decennale ci è venuto naturale raccogliere questo materiale.

 

Il tributo è composto da interpretazioni live. Perché?

Noi non abbiamo veicolato la scelta in nessuna direzione. Ogni artista ha valutato quello che ha fatto nelle incisioni live, magari lo ha corretto, aggiustato, altri lo hanno rifatto in studio. Per noi non c’è differenza: è un album tributo e ognuno ha dato il suo come meglio credeva.

 

Tu hai lavorato per molti anni con Gaber: sarebbe stato fiero o imbarazzato per questo omaggio?

Gaber era l’antidivo per eccellenza, come De André e come Guccini. Ogni volta che qualcuno si avvicinava per dirgli “tu mi hai cambiato la vita”, lui non faceva la parte di chi ci crede, ma si tirava indietro, preferendo cambiare discorso. Aveva un atteggiamento di tale rigorosa umiltà verso se stesso da farmi credere che questo tributo gli avrebbe fatto sì piacere, come i grandi applausi guadagnati in teatro, ma lo avrebbe anche imbarazzato.

 

L’attualità delle sue tematiche è sconvolgente.

Tanti dicono che le sue canzoni sembrano scritte ieri, e credo che come per altri padri della musica italiana sia un fatto di linguaggio. Questo rende universale un artista, un classico della cultura: eterno perché il linguaggio usato è eterno.

 

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Cosa direbbe dell’Italia di oggi il Signor G?

Difficile dirlo. Probabilmente insisterebbe su quella che è stata la sua linea: grande attenzione a noi stessi, all’individuo. Prima ancora di preoccuparci dei problemi intorno a noi, è bene capire le problematiche dentro di noi. Una delle sue ultime riflessioni diceva “Forse siamo delle caramelle di merda ricoperte di cioccolata”: ancora oggi questo è l’individuo.

 

Un libero pensatore come Gaber forse troppo spesso è stato strumentalizzato.

C’è una sua famosa canzone il cui slogan “Liberta è partecipazione” è stato usata da tutti, anche politicamente. Non a caso nasce da un errore. Gaber ha dichiarato che non volevamo dire quella cosa lì, bensì che la libertà è uno spazio di incidenza dove ciascuno può lasciare un segno, ma metricamente non era venuta bene. Tutte le altre cose forti scritte da Gaber sono difficili da strumentalizzare.

 

Nel paese del campanilismo forse non tutti hanno colto il suo inno al libero pensiero.

Per lui è stata una posizione dolorosa, perché non è facile nel conformismo imperante avere una posizione diversa. Questo ti pone in una posizione di solitudine dato che gli altri preferiscono descrivere una realtà sempre schematizzata.

 

C’è oggi un erede di Gaber?

No. Ma questo è un discorso generazionale. I grandi maestri hanno segnato stagioni talmente irripetibili per cui credo che adesso l’umanità debba ancora metabolizzarli. Per cui oggi no, non abbiamo maestri così, ne abbiamo altri. Quando sarà il momento giusto verranno certamente fuori nuovi talenti.

 

foto copyright Fondazione Giorgio Gaber — foto di Luigi Ciminaghi

mer, 9 gen 2013 - articolo di Luca Cacciatore

Tag: giorgio gaber

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