Tre allegri ragazzi morti: a caccia di fantasmi

7 dicembre 2012: esce il settimo disco dei Tre allegri ragazzi morti, Nel giardino dei fantasmi. E di fantasmi musicali che aleggiano nella mente del disegnatore e frontman Davide Toffolo se ne sono accumulati tanti, in quasi vent’anni di carriera. Mandolino, ukulele, balafon, cucchiai e cajon si aggiungono all’armamentario punk e tradizionalmente esiguo della band, per accompagnare frasi semplici ma taglienti come lame, che sanno di dubbi irrisolti. Come “dimmi che cos’è che fa la vita storta”…

 

C’è un filo conduttore che unisce le undici canzoni di Nel giardino dei fantasmi?

Toffolo: Non è un concept in senso stretto. C’è un’idea di orizzonte musicale, sonoro: la musica etnica. Abbiamo utilizzato strumenti particolari e ritmiche di collocazione nera, più che tradizionalmente rock. Concettualmente abbiamo individuato nella musica indipendente di questi ultimi dieci anni la nuova musica popolare italiana, e queste nostre ultime canzoni hanno un tono da canzone popolare. Le storie sono diverse: sono i fantasmi della musica che abbiamo incontrato in questi anni.

 

I primitivi del futuro ha segnato una svolta reggae, e adesso arriva un altro cambiamento di rotta.

Il disco precedente per noi è stato importante perché ci ha dato la possibilità di essere più liberi. Eravamo interessati alla ricerca musicale; in quanto gruppo indipendente la libertà è la motivazione principale. Fare un disco reggae è comunque nel solco della tradizione dei gruppi punk, almeno quelli inglesi. E poi ci ha aperto le porte per muoverci in altre direzioni.

 

Però qualche fan della prima ora non ha gradito la svolta.

Non ho mai pensato di chiamare fan una persona che si accosta alla nostra musica. C’è un percorso di libertà: chi vuole si avvicina, o viceversa si allontana. Siamo al settimo disco dopo quasi vent’anni di carriera, non posso immaginare che ci siano fan della prima ora e che siano così integralisti. Un “ragazzo morto” vero è un ragazzo alla ricerca, come del resto ho sempre immaginato fosse il punk. Punk è l’idea che tu puoi ricominciare a immaginare il mondo da zero, dal momento in cui sei.

 

Vi sentite ancora parte della scena punk italiana?

Ho cominciato a suonare a 14 anni, verso la fine degli anni ’70 ho mosso i primi passi in un collettivo punk a Pordenone. In questi ultimi dischi la musica dei Tre allegri ragazzi morti ha preso una forma diversa, però concettualmente l’idea che mi muove come musicista è sempre la stessa. Ho cominciato senza saper effettivamente suonare e rimango dell’idea che ancora oggi le note non le debba sapere. L’idea del punk è che qualunque persona che prenda in mano lo strumento possa diventare una rock star.

 

I cacciatori descrive una vicenda surreale, ma sembra anche un’allegoria sulla vostra storia.

Parla della morte di un ragazzo nei giorni in cui moriva Kurt Cobain, nella primavera del 1994, l’anno del nostro esordio. Ai giorni nostri il cadavere viene disseppellito e ci racconta tutto quello che si è perduto in questi anni. Si tratta di una metafora per raccontare la generazione di chi oggi ha tra i 35 e i 40 anni: una delle generazioni sulla quale pesa di più lo sconvolgimento della realtà economica europea e italiana in particolare. È il mio modo per essere vicino a una generazione, che pur non essendo quella di cui faccio parte è quella che ho frequentato di più.

 

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Gioco di parole: Di che cosa parla veramente una canzone?

Questo è il titolo del brano che chiude l‘album. Secondo me una canzone non parla mai veramente di quel che c’è scritto. Si tratta di una sorta di evocazione. Spesso mi capita di incontrare ragazzi che mi chiedono cosa volessi dire in una particolare canzone, il che mi ha sempre stupito. Le persone spesso trovano nei testi dei propri riflessi, aggiuntivi rispetto a quel che scrivo. Le liriche non hanno necessariamente un valore reale e definibile. Scrivere canzoni ha un qualcosa di sacro, il che le pone agli antipodi di tutto ciò che è prosaico. C’è un’aura mistica intorno alla composizione, e le canzoni belle hanno la possibilità di lanciarti verso un’altra dimensione. I miei testi sono molto diretti, come autore non sono certo poetico, anzi, uso una lingua elementare. Ma è bella l’idea che ci siano elementi evocativi.

 

Dunque è la classica domanda a cui un’artista preferirebbe non rispondere.

No, da una parte fa anche piacere, ma dall’altra mette un po’ di imbarazzo. Il problema è che quando fai un disco tu stesso ci metti qualche anno a comprendere cos’hai scritto: è una sorta di seduta psicanalitica a posteriori. Solo dopo due anni ho capito che Primitivi del futuro tratta il tema della perdita. Un lutto molto forte ha contraddistinto quel periodo, e inconsapevolmente è entrato nel disco.

 

“Dimmi che cos’è che fa la vita storta” è forse la frase più azzeccata dell‘album.

La via di casa, la canzone da cui è tratto questo verso, non so come mi sia venuta, e in particolare questa frase. Torniamo al discorso di prima: ci sono cose che arrivano già pronte nella composizione, e non sai nemmeno tu come. Il momento della trasformazione è un tema riccorrente nei miei pezzi, la diversità. Questa frasetta è arrivata pronta pronta sulla musica, e l’ho lasciata lì perché aveva una sua verità.

 

photo credit Sterven Jonger

costumi Canedicoda 

mer, 19 dic 2012 - articolo di Luca Cacciatore

Tag: Tre Allegri Ragazzi Morti

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