Roberto Angelini: l’incredibile caso di Phineas Gage

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Cavendish, Contea di Windsor negli Stati Uniti, 1848. Durante i lavori per il passaggio della ferrovia, Phineas Gage è investito da una deflagrazione. Sopravvissuto miracolosamente alla sbarra di ferro che gli ha trapassato il cervello, da quel giorno l’operaio americano subisce un brusco mutamento della personalità. Il suo caso entra così di diritto nei testi di neurologia. Cosa c’entra con la musica di Roberto Angelini? È la prima cosa che abbiamo chiesto al cantautore romano. Le differenti tempistiche tra i sei anni intercorsi nella lavorazione del precedente album e il mese di “laboratorio” per registrare Phineas Gage, uscito il 2 ottobre per Fiori Rari, forniscono già una risposta: un disco improntato sul flusso di pensiero musicale.

 

Dove hai scovato l’incredibile caso di Phineas Gage?

Leggendo un libro di un fonico inglese — il quale ha tentato di approfondire i rapporti tra musica e cervello su un piano neurologico — mi sono imbattuto in questa storia affascinante. Dopo l’incidente questo operaio americano aveva perso completamente i freni inibitori e la capacità di valutare i rischi delle sue azioni. All’inizio volevo creare un side project chiamato appunto Phineas Gage, poi mi sono reso conto che sarebbe stato più indicato incidere un album con questo nome. La dedica al personaggio non è legata a citazioni della sua biografia. Il nesso risiede nella mancanza di freni inibitori: è su questo principio di spontaneità che ho dato vita alle musiche dell’album.

 

Citando il brano di apertura, cosa c’è Nella testa di Phineas Gage?

C’è proprio l’incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, ci sono la totale schiettezza e sincerità. Musicalmente parlando si traduce nell’attaccare un computer con Ableton Live (workstation audio digitale, ndr), giocare con l’elettronica mentre con un Moog anni ’70 sviluppi una linea di basso, il tutto mentre la chitarra acustica detta un ritmo in 5/4. In altre parole, una follia che però ha un senso. Almeno per me.

 

Infatti l’album è come una matrioska: ogni canzone racchiude un mondo a sé stante.

Per realizzare il disco precedente ci ho impiegato sei anni. Adesso avevo bisogno di un lavoro concepito di getto, vivendo lo studio in maniera diversa. Quando sono entrato in sala di incisione — pur avendo già delle idee in testa — il progetto era di rimanere lì giorno e notte per un mese e registrare tutto. Quello che veniva doveva essere il disco, in modo molto istintivo. L’album è anche figlio di questi anni in cui ho suonato spesso in solitaria dal vivo, sfruttando maggiormente l’elettronica, molto utile per condurre autonomamente un concerto. Ho registrato in funzione delle performance live che farò. Non a caso i loop sono molto ricorrenti: Cenere stessa, il primo singolo, è un loop.

 

Si passa da brani strumentali che sanno di colonna sonora pinkfloydiana come Vento e Pioggia, alla parodia di genere Blues senza mutande.

Sì, ci sono anche questi due estremi. Vento e Pioggia è proprio la colonna sonora dello spettacolo teatrale Vento e pioggia – Soluzione finale di Patrizio La Bella, la storia di tre giovani fratelli costretti a fare da padre al proprio genitore. Blues senza mutande l’ho scritta invece imbracciando una chitarra Weissenborn. Si tratta della tipica chitarra hawaiana che Ben Harper ha reso celebre nei suoi primi dischi. Scritta in una delle mie tante notti brave, è il tentativo di fare un pezzo puramente blues, in modo tipicamente italiano.

 

Com’è nata Cenere?

Cenere è stata scritta in un momento di lucidità. Una sera in cui ho realizzato che, pur essendomi divertito parecchio girando continuamente in lungo e in largo, nel profondo c’è qualcosa che brucia. A volte le canzoni servono anche a questo: tirar fuori delle cose di noi stessi che razionalmente non vorremmo accettare. Si risparmiano molti soldi di psicoanalisi.

 

Dalla tua pagina Facebook emerge una lista infinita di impegni, tra progetti paralleli e collaborazioni varie.

Ma ti rendi conto? Non sto mai fermo! Non so come farò. Comunque è bellissimo vivere un periodo così ricco, intenso: la collaborazione con Niccolò Fabi, con L’orchestraccia, il progetto Discoverland e poi il mio disco. Con Niccolò lo scambio è stato reciproco perché io ho inciso tutte le chitarre del suo disco e ho prestato la voce nel primo singolo, e lui ha inciso la batteria del mio pezzo Gibilterra.

 

L’ultima volta che ci siamo incontrati ti chiesi un’opinione sul neo presidente Barack Obama: a quasi quattro anni di distanza come valuti il suo operato?

Per quanto riguarda le imminenti elezioni, vedendo contro chi gareggia, gli americani farebbero bene a farlo lavorare per altri quattro anni. Mi auguro che ci riesca. Interpretare un ruolo così importante non è semplice per nessuno, ma “Il Repubblicano” è troppo pericoloso. Dopo aver visto la performance di Clint Eastwood a favore di Mitt Romney, se io fossi americano non avrei dubbi: rivoterei Obama. Durante il suo mandato ha dovuto lottare contro delle lobby molto radicate, e nonostante ciò ha portato avanti un’importante lotta per la sanità pubblica. Vediamo che succede, anche perché non è facile valutare certe situazioni da fuori. Poi sono così tante le cose che si celano dietro la politica, non sapremo mai tutto.

 

Tornando al nostro cortile, come leggi la ventata di antipolitica che soffia in Italia?

Se la sono creata: i nostri politici hanno generato questo sentimento comune. Non c’è più il coinvolgimento delle persone, non ci sono stimoli. E poi ogni settimana emergono notizie orrende, vergognose, che ti fanno rileggere tutte le campagne elettorali. Alla luce delle dimissioni della Polverini per tutte le magagne della sua giunta, Marrazzo che andava a trans è un uomo normale! Mi sembra inevitabile che la gente si sia disinnamorata. Ed è a sua volta normale che la ventata di novità possa arrivare da un comico o da un magistrato. Un discorso di Grillo risulta più coinvolgente di un discorso di Bersani. Il primo mi fa saltare dalla sedia, il secondo mi annoia. Questa è la mia opinione: parliamo meno di fantaeconomia, con neologismi di cui la gente comune non sa il significato, e più di problemi quotidiani.

mer, 24 ott 2012 - articolo di Luca Cacciatore

Tag: Roberto Angelini

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