Teho Teardo: oltre il cinema
Soundtrack, collaborazioni, album
Autore di alcune delle più interessanti colonne sonore degli ultimi anni (L'amico di famiglia, La ragazza del lago, Il Divo, Una vita tranquilla, Diaz) Teho Teardo dà alle stampe Music, film. Music, dove raccoglie in un unico luogo molti lavori realizzati per il cinema e, come è manifesto già dal titolo, ribadisce l'indipendenza della musica oltre la visione del film, per fare di questo disco un album vero e proprio.
Il titolo è quanto di più azzeccato. Perché smessi gli abiti cinematografici, queste canzoni nella maniera in cui le hai scelte e assemblate formano un disco a sé stante. Con tanto di collaborazioni: Blixa Bargeld, Elio Germano, Alexander Balanescu, Erik Friedlander...
Non faccio musica da commento per il cinema, perché credo sia un ambito già codificato da decenni mentre la realtà di oggi richiede altri modi di avvicinamento alla drammaturgia del film. Questo perché è cambiata la realtà stessa, non siamo uguali a 50 anni fa, così cerco di stabilire un rapporto che non sia di mero accompagnamento, ma che giochi anche con i contrasti fino a cercare una relazione che leghi musica e immagini in modo non didascalico. Il film, se è bello, non ha bisogno di una badante che lo accompagni durante la storia. Mi interessa di più far scaturire una relazione, delle reazioni tra quanto vedo e quanto sento. Perché ciò accada la musica deve essere in grado di sostenere se stessa, in totale autonomia artistica e stilistica, anche senza l'ausilio delle immagini. Deve funzionare da sola, come se fosse un disco. Ogni volta che lavoro a un film è come se scrivessi un album, e la presenza dei musicisti che hai citato rafforza ulteriormente questo aspetto.
Con Elio Germano hai anche messo in scena lo spettacolo Viaggio al termine della notte.
Ci siamo incontrati ne Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari e già da lì abbiamo collaborato alla canzone che chiude il film. E' stato così piacevole e interessante che abbiamo spinto altrove la nostra esigenza di collaborare. Si tratta di una necessità che comprende anche la voglia di rimettersi in discussione, dunque portare in scena un testo così controverso come Viaggio al termine della notte è stato quasi automatico. Proprio ora siamo nel mezzo di un lungo tour che sta avendo moltissimo successo e sono felice che il rapporto musica e letteratura possa avere questi risvolti.
E che mi dici di Ennio Morricone?
Che mi è molto simpatico. Ma poi mi viene in mente anche una frase di Pasolini: I maestri andrebbero mangiati. E in questa furia iconoclasta del poeta aggiungo che il lavoro di Morricone da me è passato prima attraverso le rielaborazioni di John Zorn piuttosto che tramite il maestro stesso. Una sorta di impollinazione e rimescolamento genetico.
È risaputo che lavori su una colonna sonora basandoti sulla sceneggiatura. In pratica ti lasci guidare dall'intuizione?
Il testo suggerisce una maggiore libertà immaginativa rispetto alle immagini che definiscono in modo più tangibile uno spazio, visivo, di pensiero. Così preferisco scrivere basandomi sulla sceneggiatura e poi rimettere tutto in discussione quando arrivano i primi montati del film. È un processo lungo, ma anche straordinariamente intrigante a cui mi appassiono sempre.
Ma alla fine, quando vedi il film e la musica sullo schermo, che sensazione provi? Mi chiedo se è come per uno scrittore che vede per la prima volta un film basato su un suo libro.
Le fasi intermedie sono talmente tante fino al mix finale, che quando il film esce al cinema io l'ho già visto un centinaio di volte.
Da Denti a oggi quanto è cambiato il tuo approccio alla musica per il cinema? Cosa ti sei lasciato alle spalle e cosa hai guadagnato?
Cambio sempre il rapporto con la musica, ogni brano è qualcosa a sé, ogni film è un universo a parte e quindi è necessario reinventarsi. Non adotto formule. Spesso mi butto.
Quanto incide sul lavoro del compositore la crisi che da più di qualche anno sta vivendo il cinema italiano?
Incide su chiunque sia legato al mondo della cultura in questo paese vecchio e chiuso.
Sono curiosa di sapere che pensi del lavoro che ha fatto Trent Reznor in collaborazione con Atticus Ross al cinema.
Seguo Trent dai tempi del primo album dei Nine Inch Nails, Downward Spiral era un capolavoro, e abbiamo anche diversi amici in comune con cui ho collaborato, ad esempio Jim Thirlwell che ha reso davvero interessante il sound dei Nine Inch Nails in Fixed. Mi piace quanto ha realizzato in The Social Network, ma sento anche che pur avendo dei riferimenti musicali e culturali comuni Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire... siamo diretti in luoghi completamente diversi. E va bene così.
Leggevo in un'intervista del 2009 il tuo parere sulla techno, che per molti è solo unz unz. A te invece quellunz unz intriga molto per lo spazio che intercorre tra i due unz. Il tuo interesse per quello spazio sembra più filosofico che musicale
Amo molto la ripetitività della tecno perché nel ciclico ripetersi lo spazio tra un colpo di cassa e l'altro si modifica in modo impercettibile ogni volta, fino a diventare qualcos'altro che va in risonanza e genera altro ancora. Differenza e ripetizione: ne ha scritto a lungo anche il filosofo Gilles Deleuze...
photo credit Andrea Boccalini
lun, 23 apr 2012
- articolo di Tirza Bonifazi
Tag: Elio Germano Nine Inch Nails
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