Luc Besson: l'ultima icona è The Lady
Un film come una dichiarazione di ammirazione e amore per un'icona contemporanea. Non è nuovo all'epopea e alla poetica dell'eroe, Luc Besson. Che sia realtà o fantascienza, il suo cinema da Nikita a Le Grand Bleu fino alla saga di Arthur e il popolo dei Minimei si nutre di grandi personalità che compiono incredibili gesta. Non fa eccezione alla regola il suo ultimo lavoro, The Lady, che celebra la figura dell'attivista birmana Aung San Suu Kyi con l'intento di descrivere la donna dietro il mito. Una sfida e un rischio, per un cineasta a cui la critica ha sempre rimproverato eccessiva perfezione formale a discapito del contenuto. A Besson, tuttavia, il giudizio altrui interessa poco, anche alla presentazione alla Festival Internazionale del Cinema di Roma. Fasciato in una t-shirt con stampa della sua eroina, chioma meno ossigenata e look da nerd passatello, non ha dubbi: Solo io potevo fare un film del genere.
La scelta di Luc
Ci sono film che posso produrre o scrivere, ma che non posso dirigere, ce ne sono altri in cui registi giovani possono dare molto di più di me. Passerebbero sul cadavere del padre e della madre, sono folli, io non ho più questo tipo di atteggiamento. Quando ho ricevuto la sceneggiatura, in un primo momento ho detto di no, poi quando lho letta sono scoppiato in lacrime, ho fatto cancellare alla mia assistente qualsiasi impegno per i diciotto mesi successivi e ho trovato il regista: me stesso. Non volevo che qualcun altro facesse questo film, rovinandolo. È stata una cosa viscerale, è venuta da dentro.
Storia di una donna
Non mi interessava la dimensione politica di Aung, ma quella umana. Leggendo la sua storia è inevitabile interrogarsi su questa donna che ha scelto di abbandonare marito e figli, e chiedersi quali motivazioni profonde l'abbiano portata a questa decisione. Devo confessare che quando ho iniziato a studiare il personaggio non ero neanche sicuro di trovarla simpatica. Come poteva una donna come lei aver preso una decisione del genere? È la stessa domanda a cui cerca di rispondere il film. Ho lasciato la politica sullo sfondo. Certo, Aung ha combattuto per far prevalere i suoi principi e le sue idee, ma a me interessava la sua dimensione personale. Di sicuro è una donna che ama i suoi figli. Uno di loro lo abbiamo conosciuto. E loro amano lei. Abbiamo cercato di stabilire contatti con Suu, da parte della famiglia è stata data lapprovazione però non hanno contribuito in alcun modo. Non volevano rischiare di non poter tornare in Birmania per incontrare i familiari.
Di miti e culto della personalità
Abbiamo iniziato questo film per sostenere la liberazione di Aung San Suu Kyi ed è avvenuta durante le riprese. Una mattina, dopo aver girato la scena in cui lei saluta il monaco, siamo tornati in albergo e l'abbiamo vista in TV, vestita allo stesso modo, che salutava dei monaci. Era libera, proprio come nel film. Per alcuni istanti ho pensato che me l'avessero rubata. In seguito ci siamo resi conto la sua libertà non è totale, non può lasciare il paese o indire una riunione politica. Il film quindi conta molto. Suu è contraria allidea del culto della personalità però se noi, come voi, non adottiamo questa posizione è chiaro che sul suo paese e su di lei si spegneranno i riflettori. Parlare di lei per vent'anni probabilmente le ha fatto ottenere più libertà. Bisogna continuare.
La vittoria della non violenza
E' laspetto più importante del film. La democrazia oggi è il risultato di spargimenti di sangue, pensiamo alla primavera araba, a quanto è accaduto in Libia e Tunisia. In ogni paese la libertà è stata raggiunta così. Non sono un esperto di storia, ma mi pare di poter dire che in Birmania abbiamo lesempio di una lotta per la democrazia portata avanti per trent'anni attraverso la non violenza. Se questa battaglia andrà a buon fine, avremo la prova vivente che la non violenza è un'arma efficace, e tutta l'umanità ne trarrà beneficio. È nostro dovere sostenere questo punto di vista. E lo faremo. Ovviamente questa è una strada molto lunga e ardua, ma mi auguro che Aung possa diventare Primo Ministro ed essere presto totalmente libera. E che la Birmania possa essere portata alla felicità.
ven, 23 mar 2012
- articolo di Daniela Liucci
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