Jason Derulo, nel futuro la mia storia
Nell’era dei social network capita di rendersi conto dell’enorme popolarità di un artista alla ribalta da poco solo quando ci si collega a internet. Jason Derülo, classe 1989, è al secondo album e in Italia è più che altro conosciuto per Ridin’ Solo, ampiamente sbeffeggiata nelle radio di provincia per le assonanze con l’italiano, e la nuova hit, It Girl. Provate a vedere cosa fa in America e Inghilterra: scrive per mostri sacri da anni e piazza regolarmente singoli al primo posto con vendite da altri tempi.
Cosa ti distingue da tanti altri artisti sulla scena oggi?
Il fatto che compongo musica da quando avevo 13 anni. E da quando ne ho 16 scrivo per altri artisti. Ho collaborato con Sean Kingston, Diddy, Danity Kane. Penso di sapere cosa funzioni a livello compositivo in un pezzo, spaziando senza problemi dalla dance all’hip hop.
Da cosa deriva il tuo interesse per musica così diversa?
Credo che aver studiato l’opera e il teatro sia stato un buon inizio per me, un’introduzione privilegiata alle arti di performance. All’inizio della mia carriera volevo essere un ragazzo da videoclip, perché sono quelle le cose con cui sono cresciuto, i video e la danza. Poi a scuola ho conosciuto tante sfaccettature della musica moderna. Un giorno ero innamorato del jazz, quello dopo volevo fare rock.
Come hai deciso di intraprendere la strada del pop?
Perché dissipare le energie non funziona. Dovevo decidere di incanalare la mia ammirazione per tanti artisti in un solo flusso di idee che mi facessero parlare a un pubblico definito. Non potevo continuare a guardare Elvis e Michael Jackson e pensare di imitarli. Detto questo anche Ella Fitzgerald è stata una mia madre musicale.
Strano che stia citando tutti artisti delle generazioni passate.
Ma sono dei grandi che saranno sempre lì e mi fa piacere quando ci si accorge della mia conoscenza musicale. Ovviamente non posso negare di aver passato ore davanti alla tv cercando di imparare i passi di Justin Timberlake, ma il bello della musica è che tutto viene assimilato e in qualche modo filtrato attraverso quello che crei a tua volta.
Come si sentono tutte queste influenze sul tuo nuovo album, Future History?
Ci stanno molto bene. Ho pensato di voler fare un disco che mi rappresentasse meglio, perché quando ho inciso il primo avevo solo 19 anni e ora ne ho due in più. Ho imparato tanto e mi sono riproposto solamente di metterci dentro cose che venivano dal cuore. Ho deciso fin dall’inizio di volerci inserire un lato urban, uno più pop e uno più misterioso.
Quando scrivi sai già dove ti porta l’idea iniziale?
Decido di avere grandi orizzonti, quindi mi lascio trasportare. Questo disco è il traguardo più alto della mia carriera, vorrei che la musica che ho fatto vivesse oltre di me, per questo l’ho chiamato Future History. Sono particolarmente orgoglioso di aver fatto dei testi sull’amore tosto come That’s My Shhh, e cose più aperte e chiassose come le “party songs”. Non potevo scriverle prima perché la mia esperienza con gli altri e il mondo del divertimento era molto limitata. Per questo mi piace definire il disco come il libro della mia vita finora.
Come si fa a non farsi limitare dal formato pop?
Per me il pop è quello che è popolare in quel momento, in quel determinato campo artistico. Quindi la musica è sempre in definizione, è un movimento che non può stancare. Quello che scrivo oggi è influenzato da quello che sento e sarà diverso fra 10 anni. Nell’album ci sono delle influenze dance che tra qualche anno saranno collegate al periodo in cui parliamo ora, ma ci ho messo anche dei ripescaggi sonori di sample anni ‘90 che ammiravo molto.
Come il mix di sound che c’è nel singolo estivo Don’t Wanna Go Home?
Quello è davvero interessante perché sono partito da Show Me Love di Robin S degli anni ‘90, per arrivare a Harry Belafonte di Banana Boat Song, che è una canzone degli anni ‘50. Anche se poi a guardar bene quel “Oh Oh” è derivato da un canto folk del 1800, quindi siamo ancora più indietro!
Pensi che la black music si sia definitivamente contaminata con altri generi?
Cos’è la black music? Per me non esiste perché ogni perfomer ha il suo modo di presentarsi e ispirarsi, e non c’entra molto con l’etnia. Poi ci sono delle persone che innovano sempre e saranno sempre per natura all’avanguardia, come alcuni produttori con cui ho avuto al fortuna di lavorare, vedi The Fliptones.
Come mai non ci sono molti duetti nella tua carriera?
Non sono un fan dei featuring, mi piacerebbe più fare delle partecipazioni come produttore, mi interessa molto sedere nella cabina di regia per altri. Tipo, se mi dovesse chiamare Madonna correrei, sarei onorato. Ho fatto dei duetti per quest’album che non sono stati utilizzati, ma non dico i nomi degli artisti per rispetto. Non sono nel disco non perché inferiori, ma perché ogni pezzo doveva rispettare il mood creativo del lavoro. Sono sicuro che verranno riutilizzati per i dischi dei singoli artisti con cui ho lavorato. Ho lavorato con Javier Colon che ha vinto un talent americano dal titolo The Voice. Quello è un duetto che uscirà.
Mai pensato di farti conoscere attraverso la tv prima di diventare famoso?
Ero molto vicino ad andare alle audizioni di American Idol, ma poi ho rinunciato perché all’epoca ero già in trattative per la scrittura di brani per altri. Vorrei fare cinema in futuro, ricominciare una nuova carriera da lì. E poi magari divertirmi nei locali a mettere i dischi!
gio, 15 dic 2011
- articolo di Christian D'Antonio
Commenti
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Marquito12 gennaio 2012, 12:48Ridicolo. Il mondo stava bene anche senza la sua musica da 4 soldi.
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Giobbe13 gennaio 2012, 00:35cosa ti ha turbato così tanto, Marquito?
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