Kasabian: il nostro Velociraptor contro i Tirannosauri

Che siano i nuovi Oasis o meno, un colpo i Kasabian l’hanno già messo a segno: il loro quarto album, Velociraptor!, come il dinosauro reso famoso da Jurassic Park, è immediatamente entrato al numero 1 della classifica UK, ed è la terza volta che capita. Un disco meno arrabbiato e più suonato, rock ma maggiormente aperto alle influenze, dalla psichedelia a un certo FM rock stile Paul King anni ’80. In attesa di suonare dal vivo a Milano (20 novembre all’Alcatraz, già sold out), Sergio “Serge” Pizzorno, chitarrista e compositore di chiare origini italiane, e Tom Meighan, cantante e frontman, lo presentano così: “Abbiamo creato un disco che può competere con il Tirannosaurus Rex!”.

 

Vi sentite sulla stessa strada di Marc Bolan e i suoi T-Rex?

Serge: In verità il nome deriva da un gioco di immaginazione che abbiamo fatto qualche tempo fa. Immaginavamo di chiamarci in un altro modo, e l’unico nome appropriato per la nostra musica sembrava Velociraptor. Perché siamo davvero una band veloce e vogliamo trasmettere energia. La cosa che ci accomuna ai T-Rex è che siamo una gang di amici musicisti.

 

Nel disco però le influenze rétro non mancano.

Tom: La mia canzone preferita di sempre è Hard Day’s Night dei Beatles e l’album della vita di Serge è il loro White Album, quindi non poteva essere altrimenti. Abbiamo grande rispetto di chi ha impostato le regole del nostro lavoro prima di noi. Mi è capitato di incontrare Paul McCartney per un magazine inglese ed è stata l’esperienza più esaltante della mia vita. È stato così gentile, dolce e disponibile che stentavo a crederci! Mi sono sentito un privilegiato, specie quando mi ha cantato Band On The Run.

 

Vi considerate una band old school?

S: In un certo senso oggi band come Coldplay e U2 non esistono più. Ci sono tanti personaggi che ci provano, si mettono insieme e ci provano. Ma musicisti e band con un loro percorso e attendibilità, non ne vediamo. Noi facciamo musica assieme da quando avevamo 17 anni, ora siamo sopra i 30 e non vogliamo fermarci. È nato tutto da un passaggio di Live Forever degli Oasis in tv. E' lì che abbiamo costituito una band.

 

Molti vi paragonano proprio agli Oasis.

T: Ci sentiamo vicini al loro mondo e siamo in contatto, specie con Liam. Sappiamo che Noel sta facendo anche lui un lavoro da solista, ma non l’abbiamo ancora ascoltato, non lo vediamo da un po’.

 

Essere andati a San Francisco per ultimare le registrazioni dell'album ha avuto un effetto sul sound?

S: Se ti riferisci alla scena psichedelica della città, non direi, perché siamo stati comunque avvolti da un ambiente molto moderno. Il tutto è durato sei settimane e abbiamo fatto il mixing con Dan Nakamura. Credo che Tom abbia fatto lì la sua performance vocale migliore.

T: La cosa bella è che per noi è fondamentale vivere una parte della lavorazione al di fuori dell’Inghilterra. E poi si sa, anche noi abbiamo i nostri momenti psichedelici quindi San Francisco era particolarmente adatta. Siamo degli hippie ribelli.

 

Come è cambiato il vostro modo di lavorare rispetto all’esordio?

S: Non ci sono grosse novità nel processo, è sempre la stessa storia: tiri giù l’amo in attesa che qualcosa abbocchi.

T: E quando succede siamo tutti molto felici! Ci piace moltissimo scrivere, siamo dei veri vampiri da studio di registrazione. Siamo capaci di restare chiusi al buio per ore, e poi all’improvviso si vede la luce. Questa volta abbiamo usato di più dei veri arrangiamenti di archi, che è poi l’ultimo tocco dato al disco.

S: Mi sono ritrovato a dover dirigere una sezione di archi da venti persone, la cosa più eccitante che mi sia capitata. Davo delle indicazioni molto dettagliate sul mood che volevo su ogni pezzo e il risultato è stato grandioso.

 

L’album si apre e si chiude con due canzoni agli antipodi. Come mai?

S: Ci infastidisce essere definiti “lad rock”, come se fossimo solo musicisti da casino. Quindi per l’apertura, che di solito era affidata a un pezzo fracassone, abbiamo scelto qualcosa di anomalo come Let’s Roll Just Like We Used To, che ha un’atmosfera ripetitiva. Invece per il finale abbiamo scelto Neon Neon, che ha delle influenze alla Pink Floyd, condite però con dell’elettronica moderna.

 

C’è qualcosa che non avevate mai fatto e finalmente vi siete concessi?

S: Beh, decisamente Goodbye Kiss, che è il nostro “pop moment”. Prima o poi doveva capitare, e non ci dispiace. Il pop se fatto bene è un bellissimo genere.

 

Quindi vi è piaciuto ascoltare Kelly Rowland che faceva una cover di Underdog?

T: Certo, è stato un grande onore. Lo è sempre quando qualcuno rifà una tua canzone, e lo è anche in questo caso visto che è un’artista che viene da un genere diverso.

 

Vi dispiace essere diventati famosi in un’epoca in cui si vendono meno dischi?

S: Non è un concetto su cui si può ragionare. Erano belli gli anni '70 perché c’erano gli Stones, poi c’è stato un momento buio per il rock negli '80. Nei '90 Londra era diventata di nuovo il centro del mondo, ed è stato allora che ci siamo messi in moto. Ma adesso non resta che suonare ovunque e fare tour per raccogliere sempre più appassionati. Sarebbe grandioso avere più soldi, fama e potere, ma non è più come una volta!

 

 

 

mer, 12 ott 2011 - articolo di Christian D'Antonio

Tag: Kasabian

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