Emily Novak: piccoli “outsiders” crescono
La band torinese scovata nel 2007 da Freequency debutta ufficialmente
“E’ proprio vero, l’abito non fa il monaco”. Si apriva così la nostra recensione degli Emily Novak sulla versione cartacea di Freequency del marzo 2007. Quando ci trovammo tra le mani l’insulsa copertina del loro EP (un anonimo scrittoio con relativa sedia) andammo, appunto, oltre l’apparenza. La rubrica si chiamava Outsiders, dedicata in quel periodo alle selezioni per Italia Wave 2007, e la nostra scelta finale furono proprio loro: gli Emily Novak. Furono l’immediatezza del linguaggio, la semplicità delle sonorità stile cantautore, ma espresse da una band, a stregarci. Poter intervistare oggi il cantante Paolo Fasciano in occasione dell’uscita dell’album Fiori di Chiffon (Sunrise/ Universal), ritrovando anche alcuni di quei brani che componevano “il demo della sedia”, non può che coinvolgerci emotivamente. Perché la fiche su cui abbiamo puntato, concedetecelo, si è rivelata vincente.
Anche allora ti chiedemmo un’opinione sull’utilità dei concorsi per artisti emergenti. Oggi cosa risponderesti?
Alcuni consorsi sono utili. Solo che oggi, realtà come quella a cui abbiamo preso parte noi (Italia Wave), rischiano di essere soffocate dai talent show come Amici e X Factor. Sicuramente servono per far sì che le band crescano e facciano esperienza.
Stessa risposta dell'epoca, talent show a parte.
I tempi cambiano! Ma questo non toglie l’importanza dei concorsi che ti permettono di suonare davanti a un vasto pubblico. Alimentano il tuo coraggio, l’adrenalina e la sana competizione, che secondo me è sempre un aspetto importante. Per noi l’esperienza di Italia Wave fu bellissima, anche perché creò unione all’interno del gruppo, e poi si trattò di un palco importante. Fu per noi un modo per testare se avevamo ben seminato, per verificare se i frutti erano maturi.
Com’è avvenuto l’incontro con il vostro produttore Giuliano Boursier?
È stato grazie al MEI di Faenza del 2005. Consegnammo i nostri demo ai vari stand. Qualche mese dopo ricevemmo la telefonata di Giuliano che si disse interessato al progetto. Da lì si concretizzò la collaborazione tra di noi.
Lo stesso demo dalla copertina improponibile che poi avreste spedito anche a noi?
Esattamente quello. Ma guarda che la copertina era bellissima, con quella sedia baudeleriana al massimo!
Lo stile acustico e cantautoriale che caratterizzava il vostro demo si ritrova in Fiori di Chiffon.
Devo dire che con nostro piacere ogni pezzo è rimasto bene o male come lo avevamo concepito, comprese le tre canzoni contenute nel demo (Qualunque cosa accada, Charly Johns, Un mattino di settembre). Sono state rieseguite con i suoni giusti ovviamente, ma gli arrangiamenti sono stati tenuti quasi tutti uguali, cori compresi. In questo riconosco che la produzione ha rispettato in pieno le nostre volontà. Magari alcune take vocali scelte non erano esattamente quelle che avevo in mente, ma è inevitabile che ci siano minime disparità di giudizio.
C’è stato un cambio di organico rispetto a come vi abbiamo conosciuti, da band a cinque ora siete rimasti in tre.
Ufficialmente gli altri due elementi della band hanno preso la loro strada, hanno fatto la loro scelta di vita, diciamo così. Probabilmente non c’è stato da parte loro l’impegno richiesto, o non ci sono state le giuste motivazioni, e questa è stata la naturale conseguenza.
Ora che siete dentro il “sistema” del mercato discografico, combacia con l’idea che ne avevate?
È dura! Sinceramente non avevamo un’idea chiarissima di come sarebbe stato. Forse eravamo un po’ ingenui e pensavamo che con l’uscita dell’album avremmo fatto subito il botto. Ora, toccando la cosa con mano, ci rendiamo conto che non è così facile. L’uscita di un album è il primo passo, il lavoro vero viene dopo: bisogna costruire tutta l’armatura sennò il castello non sta in piedi.
Più disillusi o fiduciosi?
Noi siamo sempre fiduciosi, siamo ottimisti per natura. È dura, ma combatteremo e ci impegneremo al massimo. Non ce la aspettavamo così difficile, ma proveremo ugualmente ad affrontare gli ostacoli a testa alta.
Dai tuoi testi emerge l’animo di un combattente: “Qualunque cosa accada non voltarti mai” (Qualunque cosa), “Se dovrai cadere vorrei che tu lo faccia a testa alta” (La carta giusta).
Direi di sì, generalmente sono uno che cerca di non mollare mai di fronte a qualunque avversità. Sono scorpione, e dicono che di solito il mio segno è bravo a incassare i colpi per poi sferrare il colpo mortale. Se succede qualcosa di brutto so voltare subito pagina.
In un contesto tipicamente folk, L’ultima lettera di Byron esula per il suo sound elettronico e radio friendly. Qui sembra più marcata la mano della produzione.
No, anche questa canzone è stata realizzata come l’avevamo concepita. Il synth che caratterizza il pezzo, e che forse dà un colore più dance, è stato ideato dal produttore per sostituire un sound simile già presente nel nostro provino. Ed è un valore aggiunto alla canzone, la colora molto bene. Del resto volevo un brano stile anni ’80. Certamente si distingue dalle altre, ma a noi piace così: saper svariare senza mai perdere quella matrice che ci contraddistingue.
Un tour in programma?
Stiamo tirando giù un calendario che dovrebbe partire da fine estate.
C’è un pezzo del demo a cui eravamo particolarmente legati, ma che non ha trovato posto nell’album: L’Intramontabile.
Ti dico che è una delle mie preferite e mi sarebbe piaciuto vederla presente in Fiori di Chiffon, ma alla fine siamo giunti alla conclusione che si trattava di un pezzo troppo “maturo” per un album d’esordio, dato il suo andamento in 2/4. Abbiamo preferito puntare su sonorità più immediate, delle ritmiche più fluide e di più facile ascolto, mantenendo il più rassicurante 4/4 lungo il corso di tutto l’album. Sicuramente troverà luce in futuro, ce lo auguriamo.ven, 25 giu 2010
- articolo di Luca Cacciatore
Tag: Emily Novak
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