Alice In Chains: grunge è solo una parola

Dopo l’acclamato ritorno sulle scene nel 2009, la band di Seattle prosegue il tour mondiale. 

 

Non capita spesso di confrontarsi con le leggende del rock. Scoprire poi che il capelluto Jerry Cantrell, chitarrista e lead writer dei redivivi Alice In Chains, al telefono è un affabile gentleman, disponibile e aperto a qualunque argomento, è la conferma di come dietro le icone più cupe e maledette del rock si celino spesso autentici professionisti. Il tour mondiale degli Alice In Chains, con ben tre date in Italia, è anche l’occasione per rievocare l'epoca del Seattle Sound, forse l’ultimo capitolo dell’enciclopedia del rock, ascoltando il punto di vista di uno dei suoi protagonisti.        

 

Come procede il tour, e come ci si sente ad essere “still on the run” dopo tutti questi anni?

È sempre una piacevolissima sensazione. È quello che facciamo, ed è l’attività a cui abbiamo dedicato le nostre intere vite. Siamo dei musicisti da tanti anni, abbiamo ancora la possibilità di girare in tour per tutto il globo, e questo ci rende orgogliosi.

 

Siete tornati sulle scene dopo molti anni con Black Gives Way To Blue (recensione), orfani del compianto lead vocal Layne Staley, ed è stato un successo. Eravate tutti d’accordo con questa scelta?

Eravamo tutti consapevoli del rischio, ma abbiamo voluto farlo perché ci credevamo. Abbiamo realizzando l’album mantenendo la nostra identità, in linea con quello che facevamo un tempo. Ma non lo avremmo mai realizzato se non fossimo stati tutti egualmente d’accordo  

 

La scena musicale della Seattle degli anni ’90, resa immortale da gruppi come voi, Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, è stata eccessivamente romanzata da un certo giornalismo?

Parlo a titolo personale, ma sono sicuro di poterlo dire a nome di tutti i protagonisti di quel periodo: è stato un fenomeno importante per ognuno di noi. Tutta la musica creata in quel periodo da quella città è sopravvissuta alla prova del tempo, perché era buona musica. Il fenomeno poi è diventato più grande di quanto ognuna delle band coinvolte potesse immaginare. Sicuramente c’è stata una certa montatura giornalistica intorno, ma direi che ci ha fatto gioco, e per noi è stato un bene! Alla fine di tutto, è stato bello fare parte di quel periodo storico perché fu un momento eccitante, reso possibile dalla creatività di molti musicisti ispirati dalla propria città.

 

Secondo molti il grunge è l’ultimo grande movimento nella storia del rock.

No, io non direi mai una cosa del genere. C’è tanta ottima musica che è stata composta successivamente al grunge, e sono sicuro che ne verrà creata ancora nel futuro. Sicuramente, però, il Seattle Sound è stato un innegabile punto di svolta.     

 

Il sound degli Alice in Chains deriva dall’heavy metal, quello dei Nirvana dal punk, eppure entrambi siete catalogati nel grunge. È corretto ascrivere gli Alice a questo genere?

Secondo me nessuna delle band menzionate, e tanto meno nessuna delle band provenienti da Seattle, dovrebbe essere ascritta al genere “grunge”. È un termine, una parola convenzionale che è stata imposta: in fondo siamo tutte rock band. Ogni musicista non fa altro che combinare tutte le influenze musicali che lo hanno formato, e gli Alice sono principalmente legati alla corrente heavy metal. Ma sono sempre molteplici gli stili che determinano qualunque band, e sono sicuro che anche Kurt Cobain aveva dischi metal nella sua collezione privata! Io, ad esempio, nel mio background ho anche cose come il country.   

 

Quindi anche il termine in questione, “grunge”, è solo una trovata giornalistica?

Grunge è solo una parola da affibbiare a qualcuno per identificare un genere. Gran parte del business musicale concerne la suddivisione e catalogazione di differenti stili. Il termine ha funzionato, perciò si è diffuso. Ma ti posso garantire che nessuna delle band di Seattle si sarebbe mai sognata di autodefinire se stessa, o le altre, un gruppo “grunge”.

 

Pensi che se il vostro esordio avvenisse oggi otterreste lo stesso successo?

Non ne ho idea. Sono così tanti i fattori favorevoli che si sono incastrati a dovere all’epoca, che non riesco a immaginare la stessa cosa ai giorni nostri. Il business è cambiato clamorosamente rispetto ad allora: la crisi della discografia, l’accesso gratuito a qualunque forma di musica mediante internet. Ora quando incidi un album devi tenere conto di tutti questi fattori, dato che la gente reputa che sia giusto scaricare musica gratuitamente! Se esordissimo oggi forse la nostra musica avrebbe comunque il riconoscimento dovuto, ma non ci sarebbe la stessa esplosione che ci fu allora.

 

Tra l’altro oggi, con il dilagare dei Talent Show e di un pop sempre più innocuo e melenso, sembra che il rock sia in via di estinzione.

No, no, no! In mezzo a tutto questo sono sicuro che ci sono molti ragazzi nauseati da questa merda, e che magari in questo momento sono chiusi nella loro cameretta a suonare puro rock. Lo stesso che in fondo abbiamo fatto noi da adolescenti. Capisco che oggi questi spettacoli televisivi sembrino gli unici mezzi per raggiungere la popolarità agli occhi degli esordienti, ma noi per nostra fortuna non abbiamo mai avuto nulla a che fare con queste cose.   

 

L’album Jar Of Flies (1994) fu un mix perfetto tra rock e acustico, formula spesso vincente nel metal: come ti spieghi l’efficacia di questa agrodolce alchimia?

Prima o poi tutti i gruppi sentono il bisogno di sperimentare le proprie idee con un basso acustico o una chitarra acustica, ma allo stesso tempo penso che canzoni come la nostra ultima title track, oppure Nutshell e Rotten Apple di quell’album del ‘94, sono brani tranquilli che non necessitano di arrangiamenti troppo heavy. E, comunque, un buon arrangiamento acustico non priva la canzone del proprio impatto aggressivo. 

 

Prima o poi anche i guitar hero si stufano di effetti e distorsioni?

Sicuramente si cerca sempre qualcosa di differente, e a volte scopri di non avere bisogno di nulla più che una semplice chitarra acustica!

 

In che accordatura suonate i vostri strumenti?

Da sempre suoniamo un semitono indietro rispetto allo standard tradizionale, e a volte usiamo accordature aperte, come nella canzone Over Now (da Alice In Chains, 1995).

 

Recentemente avete eseguito con molta soddisfazione Kashmir dei Led Zeppelin. Sono tra i tuoi punti di riferimento?

Certamente. Loro insieme a molti altri. L’abbiamo eseguita in due occasioni, in quanto eravamo accompagnati da un’orchestra, e Kashmir è il pezzo ideale per combinare il rock alla musica sinfonica.

 

lun, 14 giu 2010 - articolo di Luca Cacciatore

Tag: Alice In Chains  Nirvana  Soundgarden

Commenti

  • solelory
    solelory
    21 giugno 2010, 19:17
    grandiosa questa versione del pezzo!

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