Clooney tra le nuvole: se me lo chiedi non rispondo

Nella vita ci sono cose che non si possono raccontare. Non è uno spot pubblicitario, ma la filosofia pubblica di George Clooney, divo con un'etica

 

Esistono due George Clooney: quello dotato di affascinante faccia da schiaffi e battuta sempre pronta, e quello che sopporta a malapena il peso della celebrità e l'invadente ignoranza di chi si ostina a sollecitare delucidazioni sulla sua sessualità. Per combattere chi, non credendo alla tanto sbandierata relazione con Elisabetta Canalis, cerca ogni appiglio per sollecitare una confessione scioccante quasi come la scena madre di una soap opera, George sceglie un provocatorio silenzio. Come nello scorso ottobre, quando ha presentato al Festival del Cinema di Roma Tra Le Nuvole (leggi recensione), commedia dolce-amara di Jason Reitman (Juno) sulle mille sfaccettature della sopravvivenza in tempi difficili, in pole position per la prossima edizione degli Oscar. Mr. Clooney dribbla ogni insinuazione con un mezzo sorriso, reso ancora più enigmatico da un paio di consumate occhiaie da notte brava e un giubbotto di pelle da biker ribelle, e preferisce parlare del film. Con grande ironia e una serie di esilaranti e caustiche battute che deliziano i non pettegoli e lasciano fantasticare gli amanti del gossip. Così è, se vi piace. Se non vi piace, pazienza.

 

Da qualche tempo rilasci pochissime interviste, come mai?

Perché rispondere a domande di gossip non aiuta i film che promuovo. So bene che voi giornalisti in un certo senso siete anche obbligati a porre un certo tipo di domande, perché alla gente piace leggere certe cose, e ho un grande rispetto per il vostro lavoro. Sono figlio di un giornalista e so come funzionano le cose, ma sono anche convinto che ci debba essere un limite da rispettare tra lavoro e vita privata. E poi non voglio che le mie risposte si ripercuotano negativamente sui film che accompagno nei festival.

 

Parliamo del film. Il protagonista, Ryan Bingham, è una sorta di tagliatore di teste. A te è mai capitato di affrontare periodi di difficoltà lavorativa?

Prima di fare l'attore ho fatto tanti altri lavori. Ho venduto polizze assicurative porta a porta, scarpe da donna, tabacco. E sono stato anche licenziato. La mia, tuttavia, era una situazione molto diversa rispetto a quella dei personaggi che vengono licenziati nel film, perché non avevo una famiglia da mantenere. Comunque da allora è passato un bel po' di tempo. È da parecchio che non vengo licenziato...

 

Cosa ti ha affascinato del personaggio?

Appena ho letto il copione mi ci sono immediatamente immedesimato. Con Ryan ho in comune i tratti somatici, e il suo stile di vita m'incuriosiva molto. Di lui capisco bene molte cose, come il fatto di passare gran parte del tempo in volo per lavoro. Poi, come dicevo, per un periodo sono stato anch'io disoccupato, e so che quando finalmente ricominci fai di tutto per tenerti impegnato e non vorresti mai fermarti. In quei momenti senti la mancanza di amici e familiari e ti accorgi di come il tempo passi in fretta. E ti chiedi se non valga la pena di trascorrerlo con le persone che ami.

 

Tra Le Nuvole parla anche di solitudine. A te capita mai di sentirti solo?

Certo che sì. Per mia fortuna ho una vita meravigliosa, una famiglia splendida e amici che adoro. Sotto questo aspetto io e Ryan siamo davvero molto diversi. Lui è un uomo solitario e solo. Io, al contrario, sono sempre circondato da tanta gente.

 

Altra differenza è l'interesse per la politica. Da italiano “adottato” che legge giornali italiani, che idea ti sei fatto della politica italiana?

Su questo argomento non mi pronuncio. È meglio. Ho una casa a Como, ma questo non fa di me un italiano. E poi so che anche qui funziona come negli Stati Uniti: per essere primo ministro devi essere italiano! Per quanto mi interessi molto, preferisco tenermi alla larga da discorsi politici perché sarebbero strumentalizzati. Ripeto, sono figlio di un giornalista. Ho imparato la lezione.

 

Sul sociale, tuttavia, ti sbilanci di più. Stai girando The American di Anton Corbijn proprio in Abruzzo.

È un modo per tenere accesi i riflettori su L'Aquila, per far sì che la gente non dimentichi. E soprattutto per offrire opportunità alle persone del posto. In effetti stiamo girando a Sulmona che non è ridotta tanto male come L'Aquila, che ho avuto modo di visitare durante il G8, quando la situazione era drammatica e c'era una grande preoccupazione per i possibili disagi che sarebbero arrivati con il freddo. Anche in America abbiamo avuto un disastro simile dopo l'uragano Katrina, a New Orleans. Nei giorni della tragedia tutti si mobilitano per aiutare la popolazione, poi però dopo un po' di tempo, quando la notizia non è più da prima pagina, l'attenzione e gli aiuti calano vertiginosamente. Attualmente a New Orleans si è ancora lontanissimi dal raggiungimento di una situazione di normalità, e di questo si parla pochissimo. Abbiamo pensato che girare un film in Abruzzo avrebbe significato non soltanto dare lavoro, riempire ristoranti e alberghi, ma anche tenere viva l'attenzione.

 

Quando tornerai dietro la macchina da presa?

Al momento ho in testa un paio di progetti. È da tempo che mi piacerebbe dirigere una storia sul terrorismo e su Guantanamo, e allo stesso tempo sono molto attratto dalle commedie. Ma non ho fretta. Aspettiamo e vediamo. Il segreto per fare un ottimo film è non essere impazienti e scegliere il copione giusto.

 

Nella vita balli così male come nel film?

No! Far ballare male Ryan è stata una precisa scelta di Jason Reitman! E mi è costata davvero tanto impegno e fatica, perché in realtà io sono uno dei più grandi ballerini mai esistiti al mondo.

 

gio, 21 gen 2010 - articolo di Daniela Liucci

Tag: Movies  George Clooney  Jason Reitman  Anton Corbijn

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