Fratelli Coen: due uomini seri per A Serious Man

Ethan e Joel, la stampa italiana e una tragicomica catena di fraintendimenti

È tutta colpa del solito fatto di cronaca, che in un Paese polemico e confuso come l'Italia sembra sempre l'ingrediente più adatto a vivacizzare un incontro, mentre invece finisce per avere effetti collaterali poco gradevoli. Ethan e Joel Coen sono al Festival di Roma, a fine ottobre, per presentare la loro ultima opera, A Serious Man (recensione), tragicomica vicenda umana che ruota intorno a Larry Gopnik, professore universitario ebreo del Minnesota in balia di una turbolenta famiglia e oppresso da obblighi sociali e religiosi. Ci si aspetta una coppia di artisti ironici e provocatori – in fondo sono le menti di film di culto come Arizona Junior, Fargo, Burton Fink e Il grande Lebowski – e invece arrivano due quasi cinquantenni seriosi, infastiditi da una fin troppo festosa e supponente folla di giornalisti che proprio non riesce a sintonizzarsi sulla loro lunghezza d'onda.

 

La prima domanda, infatti, li spiazza. Quella stessa mattina un quotidiano riporta un'esternazione negazionista sull'Olocausto di un professore della Sapienza, Antonio Caracciolo, e chi prende il microfono spera di innescare un alto dibattito filosofico. I Coen, si sa, sono ebrei e hanno appena presentato un film su una comunità ebraica, un'idea ce l'avranno. E invece no. Negativamente sorpreso, Ethan risponde lapidario: “Mi sembra una cosa molto strana, soprattutto se accade in un contesto accademico. Però a dire la verità non saprei proprio cosa rispondere, perché non c'entra davvero nulla col nostro film”. Joel intanto, con uno sguardo torvo, scannerizza la sala quasi fosse il glaciale Anton Chigurh di Non è un paese per vecchi. Quello che segue è una catena di misunderstanding, il tentativo di comuni mortali di allinearsi alle frequenze su cui trasmettono i cervelli dei due fratelli del Minnesota, con un effetto grottesco e surreale, quanto una scena dei loro film.

 

A Serious Man è ambientato in Minnesota, negli anni '60, in una comunità ebraica. Tutto lascia pensare che sia una storia molto personale.

Ethan: Beh, il film lo abbiamo girato nel luogo in cui siamo cresciuti. In quegli anni eravamo bambini e c'è un bambino tra i protagonisti, ma per il resto non c’è proprio nulla di autobiografico.

 

Sia Non è un paese per vecchi che questo film, per altro molto bello, sembrano parlare di un vuoto sia fisico-geografico che morale della società americana.

Ethan: Per vuoto intendi gli spazi aperti? Perché, in effetti, in Non è un paese per vecchi ce ne sono molti! Non credo che i film che hai citato parlino di vuoti fisici o del vuoto della società americana, c'è solo molto paesaggio, molti esterni. Ma mi fa piacere che ti sia piaciuto il film!

 

Quanto era importante che questa storia fosse ambientata in una comunità ebraica?

Joel: Era importantissimo, il punto di partenza del film: ritrarre una comunità ebraica in una precisa epoca storica. La risposta è molto semplice. E credo che il prologo in yiddish metta subito in chiaro le cose. Non è un film sulla classe media che lentamente si rivela essere una classe media ebraica...

 

È molto divertente la rappresentazione che fate dei rabbini. Vi siete ispirati a qualcuno che conoscete?

Joel: Ci siamo sempre ispirati a qualcuno che conosciamo o abbiamo conosciuto. Mettiamo nei personaggi un po' di tutte queste persone e creiamo degli ibridi. A dire il vero non è un processo usato esclusivamente per questo film, è un meccanismo usato fin dall'inizio della nostra carriera.

 

Credete che l'ironia e la parodia usata in A Serious Man possa suscitare critiche da parte delle comunità ebraiche?

Joel: Ci siamo posti il problema di come poteva essere accolta dagli ebrei americani: negli Stati Uniti sono sempre molto sensibili al modo in cui vengono rappresentati dai media. Però la maggior parte delle reazioni da parte loro è stata positiva. Comunque è impossibile, quando racconti una comunità, non creare qualche malcontento.

Ethan: La comunità più radicale degli ebrei ortodossi, invece, non va al cinema e quindi non può esprimersi.

 

Nei vostri film, come questo e Fargo, avete scelto attori non professionisti. Come mai?

Joel: In questo film molti attori sono di Minneapolis, e quindi attori prettamente locali. Però Michael Stuhlbarg, il protagonista, è cresciuto in California e vive a New York. Quindi lo definirei un bel mix tra attori locali e non. Michael è stato molto bravo perché ha immediatamente capito le differenze che ci sono tra la cultura ebraica del Midwest e quella che caratterizza la comunità sulle coste degli Usa.

 

Quali sono queste differenze? Avete anche voi quel pessimismo e lo humour sulfureo che ha Woody Allen?

Ethan: C'è una grande differenza, anche se non riuscirei a spiegarla.

Joel: Beh, Woody Allen rappresenta una sensibilità ebraica molto newyorkese, quella rappresentata in questo film è molto meno cosmopolita.

Ethan: Quanto al pessimismo, chissà se Antonioni fosse nato a Minneapolis che film avrebbe fatto...

 

Il film fa ridere, ma in realtà è una tragedia.

Ethan: È solo una storia. Quando superi un certo punto del racconto non ti poni più il problema se stai girando una commedia o una tragedia, questo dipende dalla gente. A noi interessa solo il racconto. Sta poi allo spettatore avere le reazioni che vuole.

ven, 4 dic 2009 - articolo di Daniela Liucci

Tag: Movies  Joel ed Ethan Coen

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