Primavera, estate, autunno, inverno... e Cristina Donà

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Settembre è il mese del ripensamento, sugli anni e sull'età. Dopo l'estate porti il dono usato della perplessità, della perplessità. Ti siedi, pensi e ricominci il gioco della tua identità, come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità cantava Guccini ne La canzone dei dodici mesi. Settembre è anche il mese che dà il benvenuto al nuovo album di Cristina Donà, il quinto (se non si considera l'EP Goccia), che la cantautrice milanese ha provvidenzialmente intitolato La quinta stagione. Suadente, elegante, delicata, la Donà ci apre una finestra sul suo incantevole mondo fatto di note, passioni e stagioni.

 

Il tuo quinto album coincide con La quinta stagione, un titolo che nasconde un significato molto più ampio e spirituale.

Il titolo, che per la prima volta è arrivato molto in anticipo rispetto alla fine dellalbum, rappresenta il momento in cui ci si prepara a una fase della vita che prevede delle difficoltà. È un concetto della medicina tradizionale cinese, che raffigura un periodo propizio per la preparazione all'autunno. Con questo titolo ho voluto interpretare un momento in cui si prende coscienza del fatto che il futuro può riservarci qualcosa di oscuro. Se senti la necessità di maturare, di crescere, cerchi di capire come fare per mettere in atto questa preparazione e valutare cosa portare con te di ciò che hai vissuto. Per me La quinta stagione rappresenta il punto della situazione, sia musicale che di vita.

 

Il titolo potrebbe assumere un tono malinconico, come di qualcosa che si agogna, o far pensare alla quinta stagione di una serie televisiva.

È vero. Infatti se digiti su Google Quinta stagione senza aggiungere "medicina tradizionale cinese" esce qualsiasi informazione su qualsiasi serie tv. Cerco sempre di mettere nei testi qualcosa che riporti alla realtà, che non sia solo immaginazione o riflessione troppo filosofica. C'è anche un aspetto più materiale, un riferimento legato alla televisione. Ma forse la prima cosa che hai detto è quella che gli somiglia di più. E potrebbe anche riferirsi a qualcosa che non esiste... perché non esistono più le mezze stagioni!

 

Prima di arrivare alla quinta stagione ti sei confrontata con un disco in inglese e con un tour europeo.

È stata un'esperienza di semina, innanzitutto per i lavori futuri. Finalmente sono riuscita a suonare all'estero. Le date britanniche mi terrorizzavano di più perché andare a cantare in inglese agli inglesi non era proprio un esercizio di tutti i giorni. Ma è andata bene, sono stata anche alla BBC dove me la sono cavata egregiamente, almeno così mi hanno detto. In Italia sei abituato a suonare davanti ad un pubblico che ti conosce, o che almeno capisce la tua lingua, mentre all'estero non ti conosce nessuno e sei lì per conquistarli. Ho cercato di comunicare soprattutto attraverso la voce e la musica, prima ancora che con le parole, anche se per me rimangono indispensabili.

 

Sei anche stata coinvolta in numerosi progetti, dalla partecipazione a Soupsongs, alla rassegna dedicata a Fabrizio De André. Quanto hanno influenzato il lavoro sul nuovo album?

Molto. Tra l'altro grazie a Buon compleanno Faber, dove ho avuto modo di cantare due canzoni che adoro, ho avuto la fortuna di conoscere Piero Monterisi, che poi è diventato il batterista di quasi tutte le canzoni dell'album. Avrei voluto fare qualcosa anche con il gruppo di Annie Whitehead (Soupsongs, ndr), ma non è stato possibile per una questione di tempi.

 

La natura esplode attraverso le parole dellalbum, è presente in quasi tutti i testi e richiama alla mente immagini di boschi vergini, muschio morbido, grandini e stagioni da sognare. È un abito che indossi con la tua solita eleganza, ma è anche un approccio alla natura squisitamente nordico.

Vivo in montagna e credo sia naturale che il paesaggio abbia un effetto sulla mia musica. Ogni artista riproduce nella propria arte anche il paesaggio che lo circonda, che sia città o una prateria sterminata, vedi Neil Young o Joni Mitchell che hanno dentro il paesaggio sonoro canadese. Per quel che mi riguarda è più facile trovarlo nelle parole, che nella musica. Nei miei testi c'è sempre di più questa presenza della natura, che spesso è una metafora o una descrizione di ciò che mi circonda: io esco sul balcone di casa mia e vedo le montagne, vedo rocce, alberi. Purtroppo vedo anche tutte queste case che stanno costruendo, a discapito della natura.

 

Come si è svolta la lavorazione dell'album? Da dove hai cominciato?

Ho fatto ascoltare i provini a Peter (Walsh, il produttore, ndr) intorno a gennaio-febbraio. Ne avevo realizzati alcuni al computer e alcuni con il gruppo, ma lui ha preferito partire dai brani chitarra-voce perché aveva in mente un tessuto sonoro più vicino al suo mondo, e io gli ho dato carta bianca. Abbiamo fatto un periodo di pre-produzione nei pressi di casa mia, e in seguito lui ha lavorato con Stefano Carrara, bassista dell'album ma anche un tastierista e un compositore molto bravo. Hanno costruito l'ossatura del disco, dopodichè siamo entrati in studio, all'Esagono, ad aprile e abbiamo realizzato l'album che è stato masterizzato il 15 giugno.

 

Un ambiente familiare.

Assolutamente si, anche perché all'Esagono non può essere altrimenti. C'è lo studio di registrazione e una casa che ospita sia il ristorante che le stanze dove dormono i musicisti. Le strutture sono praticamente attigue. Siamo stati fortunati perché si è creato da subito un clima molto familiare, e in caso contrario sarebbe stato un disastro perché non si stacca quasi mai, si è sempre a contatto con le persone con le quali si lavora. Nel caso di questo disco è stato comunque un periodo di relax, perché con Peter mi sono trovata benissimo, è una persona umanamente splendida. Il posto ha aiutato a concentrarci sul lavoro, e poi anche il cibo e il buon vino hanno contribuito a creare una buona atmosfera. È stato un momento magico.

 

C'è un momento che ricordi con maggiore affetto?

Ce ne sono tanti. Forse il giorno in cui è arrivata una perturbazione fredda. Erano tutti rattristati dalle nuvole che stavano arrivando, invece io e Peter ci siamo guardati e abbiamo detto: Ah, fantastico! Arriva la pioggia!. Mi sono sentita rassicurata anche perché soffrendo di allergia primaverile per me voleva dire niente più pollini, poter finalmente cantare e invece in compenso mi sono raffreddata! Poi ricordo con piacere tutte le nostre battute. Peter aveva iniziato a parlare inglese maccheronico non-stop. Nessuno riusciva a riportare il suo inglese alla normalità!

 

Una questione di produttori

 

Manuel Agnelli

(Tregua, Nido)

Manuel ha avuto un'importanza enorme per me perché ha dato il via alla mia carriera in modo molto interessante. Ha creato un mostro, un vestito sonoro particolare intorno alle mie canzoni e ha saputo valorizzare benissimo quello che avevo in mente in quel periodo.

 

Davey Ray Moor

(Dove sei tu, Cristina Donà)

Davey ha accompagnato un momento in cui volevo staccarmi da quell'aura di cantante alternativa in minore, sempre un po' arrabbiata, un'immagine di me che arrivava al pubblico anche per colpa mia. Avevo voglia di aprire il mio mondo sonoro e lui ci è riuscito.

 

Peter Walsh

(La quinta stagione)

Peter rappresenta un nuovo inizio. Ha dato il via a un nuovo periodo che forse corrisponde con quello della maturità, anche se non dovrei essere io a dirlo. L'incontro con Peter ha coinciso con la ricerca di una stabilità emotiva e musicale.

ven, 14 set 2007 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: Cristina Donà

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