Woodstock: l’età dell’innocenza

Intervista a Michael Wadleigh, regista del più celebre film-concerto di tutti i tempi

“Qualcuno mi ha detto che nella riedizione del film avrei dovuto tagliare le immagini dei bimbi nudi che corrono nel campo insieme ai loro papà per via del problema della pornografia infantile, ma io non sono d’accordo. Quella era l’età dell’innocenza, a quei tempi non si guardavano le cose con occhi velati di malizia”. Sono le parole di un uomo che ha visto il mondo cambiare sotto il suo sguardo attento, lo stesso uomo che nel 1969 immortalava l’evento che sarebbe stato ricordato come il più leggendario concerto rock della storia: Woodstock. In occasione del 40° anniversario il Biografilm Festival ha celebrato la “tre giorni di pace e musica” con una rassegna ad hoc che è stata inaugurata proprio con la proiezione del documentario premio Oscar. Michael Wadleigh, regista di Woodstock: 3 Days of Peace and Music, ci ha raccontato i retroscena dello storico festival pacifista.

 

Dopo 40 anni Woodstock rappresenta ancora l’evento più importante della storia della musica. Cosa si prova a essere il regista di un film di tale portata?

È vero, Woodstock ha incassato più di qualsiasi altro documentario che sia mai stato realizzato, ha ottenuto diversi premi tra i quali l’Oscar, ed è considerato il migliore film-concerto di tutti i tempi. Per quanto mi riguarda, ho diretto il film perché se hai visto le foto che mi ritraggono all’epoca, facevo parte della cultura country e credevo realmente che l’America, l’Europa e il resto del mondo sarebbe cambiato, ma purtroppo non è successo. Devi sapere che il movimento ecologista è nato negli Stati Uniti nel 1962 e la ragione per cui Woodstock è stata allestita in una tenuta è perché all’epoca i concerti si tenevano negli stadi, nei pressi di autostrade, in luoghi chiusi o circoscritti da recinzioni, mentre gli organizzatori dell’evento volevano che la gente tornasse alla natura. La colomba del logo, infatti, ha un triplice significato. In primo luogo rappresenta la natura e dunque il movimento ecologista; era inoltre un simbolo contro la guerra, significativo per quegli anni macchiati dal conflitto in Vietnam; e infine rappresentava i diritti umani. Eppure a quarant’anni di distanza non abbiamo ancora la pace, non abbiamo l’uguaglianza dei diritti e neanche una cultura ambientalista.

 

È un bel paradosso che quello che alcuni consideravano “il festival della musica del Diavolo” si sia tenuto a Bethel, che significa “Casa di Dio”.

In verità inizialmente i promoter del festival volevano che si tenesse a Woodstock, nello stato di New York, che tra l’altro è stata la sede del partito comunista americano dal 1911. Alcuni celebri comunisti, che erano anche musicisti, come Woody Guthrie e Pete Seeger, si erano trasferiti lì, e questo è il motivo per il quale i promoter l’avevano chiamato Woodstock ancor prima che avessero iniziato a organizzarlo. In seguito non sono riusciti a trovare nessun terreno libero che fosse grande abbastanza da contenere un festival di quelle dimensioni, e pur optando per la vicina Bethel non gli cambiarono il nome, proprio per mantenere il riferimento a un partito che aveva una tradizione centenaria.

 

Qual è la cosa più straordinaria che è accaduta in quei giorni?

Per straordinaria intendi fuori dall’ordinario, giusto? Sicuramente la gigantesca tempesta di misure bibliche – visto che parlavi di Dio – che si è scatenata in quei giorni. Nessuno se l’aspettava e avrebbe davvero potuto mietere molte vittime, ma per fortuna non è successo niente.

 

La troupe era composta tra gli altri da un giovanissimo Martin Scorsese. Ha introdotto delle innovazioni nel montaggio?

Non proprio, a essere onesti. La verità è che non si è proprio occupato del montaggio, piuttosto era il mio assistente. Tra l’altro Marty è stato chiamato a lavorare con noi perché nei giorni del festival avevamo bisogno di quante più persone possibile. Ma quando le riprese sono terminate e prima della post produzione lui è stato, per così dire, “licenziato”. A realizzare il montaggio è stata Thelma Schoonmaker, un’americana di origini olandesi che in seguito avrebbe lavorato a tutti i film di Scorsese. Questo molto tempo dopo aver ricevuto la candidatura all’Oscar per Woodstock. Tuttavia penso che Marty sia un meraviglioso italiano; sono certo che qui siete tutti molto orgogliosi di lui e io stesso penso che come regista sia un vero genio. Sa utilizzare la musica in maniera eccelsa, ma i film-concerto che ha diretto non mi hanno mai particolarmente entusiasmato.

 

Il 23 giugno esce il Director’s cut del Quarantennale. Cosa presenta di nuovo rispetto al dvd uscito per il 25° anniversario di Woodstock?

Ho qualche capello grigio in più e di recente mi sono fatto male a una gamba facendo arrampicata libera. Dall’incidente che ho avuto ho capito che forse dovrei smettere di fare il cazzone a sessanta e passa anni! Scherzi a parte, in verità non cambia molto, se non il fatto che rispetto all’edizione uscita nel 1994 il nuovo Director’s cut è stato migliorato dal blu-ray e da altri accorgimenti tecnici. La nuova versione ha anche dei contenuti inediti e altre due ore di concerto in più che ho inserito per il mio piacere personale. Non ho rimontato nulla però, ho scelto solo di aggiungerli come extra.

 

Qual è stata la reazione del pubblico del Biografilm Festival alla visione del film?

A parte qualche scontento rimasto fuori – si è presentato il doppio delle persone rispetto al numero dei posti – è stata una grande festa. D’altronde vedere un film del genere su mega schermo, con il volume altissimo, è un’esperienza incredibile e trascinante che ti dà l’impressione di assistere a un vero e proprio concerto. Il pubblico era composto da persone di tutte le età che cantavano, ballavano e battevano le mani visibilmente in delirio. Certo, se il film fosse stato proiettato in Olanda gli spettatori sarebbero stati avvolti dal fumo di marijuana. Ai bei vecchi tempi, quando proiettavano il Woodstock originale – ti parlo degli anni ’70 – non c’era neanche bisogno di portarsi la droga; bastava inalare quella spessa coltre di fumo per stonarsi!

 

Come vivi l’attuale scena musicale?

Fino a qualche anno fa quando volevo ascoltare buona musica andavo ai concerti degli U2, ma ormai anche loro mi hanno deluso. Persino quando vado a vedere dal vivo i Rolling Stone mi annoio tremendamente, e credo che anche i giovani d’oggi si annoino quanto me! Se pensi alla line-up di Woodstock, con Crosby, Stills, Nash & Young, Jimi Hendrix, The Who, Janis Joplin, Jefferson Airplane, Grateful Dead e tutti gli altri, ti rendi conto che oggi non c’è niente del genere; suona tutto alla stessa maniera. Quegli artisti avevano un suono unico e testi che volevano dire qualcosa: oggi non c’è neanche una canzone in giro che contesti la guerra in Iraq. A Woodstock Country Joe MacDonald in I Feel Like I'm Fixin' to Die Rag cantava dei ragazzi che tornavano dal Vietnam in una cassa e di quanto quel confitto fosse inutile. Quella canzone piace anche ai giovani di oggi e con altre parole si può utilizzare per descrivere lo stato attuale delle cose. Tra l’altro è stato Country Joe a incitare il pubblico a dire la parola “fuck”, quando era vietata persino in radio, difendendosi in seguito con la domanda: “Cosa è peggio: una parola che non vuoi sentire o tuo figlio che torna a casa in una bara?” (che fa pensare a una battuta del Conte di Philip Seymour Hoffman in I Love Radio Rock: “Se spari una pallottola qualcuno muore, se sganci una bomba muoiono in tanti, se picchi una donna muore l'amore. Ma se pronunci la parola vaffanculo non succede niente”, ndr).

 

Quanto è cambiato il concetto di live dopo Woodstock?

I concerti oggi sono diversi rispetto ad allora. Quando non si tengono negli stadi, ma in luoghi all’aperto, non riesci neanche a vedere il verde perché i palchi e la produzione coprono ogni cosa. Come se non bastasse ci sono gli sponsor, con i loro logo enormi piazzati dappertutto. Woodstock non ne aveva neanche uno, di logo. Inoltre gli artisti avevano molti più ideali di oggi, guadagnavano la fama attraverso la creatività non attraverso i dollari, e si battevano per essere diversi dalla massa, mentre oggi tutti vogliono essere uguali. Quello che ha davvero cambiato i live, la scena musicale, ma anche il mondo intero, è il fatto che si è persa – purtroppo in maniera irreparabile – l’innocenza.

mer, 17 giu 2009 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: Movies  Woodstock

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