Jean Michel Jarre, l’uomo elettronico

1977: il mondo musicale è attraversato dai fermenti del punk, fenomeno sociomusicale che abbatte qualsiasi ordine precostituito, anche le convinzioni musicali in voga. La potenza esplosiva, la rabbia, l'urgenza espressiva e la spinta dal basso irrompono sul mercato musicale riportando tutto a una semplicità primigenia. Contemporaneamente, in un altro emisfero musicale, cresce, anche grazie all'esplosione della tecnologia, la musica elettronica. Dalla Francia a quel punto arriva Jean Michel Jarre (classe 1948), figlio del compositore di colonne sonore Maurice Jarre, ma proiettato verso nuove frontiere. Il suo Oxygene, pubblicato esattamente 30 anni fa, sconvolge il mondo musicale perché porta la ricerca sonora a un pubblico molto più vasto, fino a diventare un fenomeno pop che riempie gli stadi. Forse inizia da lì il nuovo corso, ancora sommerso, della musica elettronica. Oggi, a tre decenni di distanza, il compositore francese ripropone quello stesso album, decidendo di risuonarlo integralmente, utilizzando per le registrazioni le tecniche più avanzate. Ed è una sorpresa. Oxygene ovviamente non ha più la freschezza e il potere innovativo di allora, ma conserva intatto tutto il suo spessore. Ecco cosa ci ha raccontato Jean Michel Jarre in una lunga chiacchierata.

 

Perché hai deciso di risuonare questo album?

Perché la prima registrazione fu realizzata nella cucina di casa mia, con una strumentazione minimalista e con vecchie tecnologie di registrazione. Ho sentito la necessità di risuonare e riprodurre quei suoni con un maggior impegno tecnologico, soprattutto più attuale. L'idea mi è venuta cinque anni fa mentre ero al cinema a New York, ho capito che era arrivato il momento per farlo: è stata come una folgorazione. Ho chiamato tutti i miei amici, insieme abbiamo recuperato i vecchi strumenti analogici e li abbiamo portati in studio per riprenderci confidenza. Ho capito esattamente qual era il significato di quei vecchi strumenti, delle loro possibilità. Ho capito che i sintetizzatori degli anni 60 e 70 fanno parte della mitologia del suono elettronico, così come uno Stradivari per la classica e la Fender Stratocaster o la Gibson Les Paul per il rock, e ogni musicista sogna di suonare con questi strumenti.

 

Com'è stata la lavorazione del disco?

Il disco è stato realizzato da tre persone e le registrazioni sono state fatte tutte in presa diretta, come se stessimo suonando dal vivo, seguendo un concetto di Plug and Play assolutamente rock'n'roll. Mentre registravamo abbiamo anche ripreso tutte le sessioni, che poi sono incluse nel DVD allegato al CD.

 

È stato più facile o più difficile realizzare questa nuova versione?

Credo che sia stato più difficile, perché volevamo riprodurre esattamente ciò che avevamo fatto nella versione originale. Abbiamo speso molto tempo per raggiungere questo preciso scopo, cercando di farlo davvero con la massima perfezione.

 

Ma non avete cambiato proprio niente?

Sì, il suono è differente. Il disco è identico, ma le nuove tecniche di registrazione hanno dato un altro risultato, molto più sinfonico. Diciamo che si tratta di un suono fedele all'originale, reso però più profondo per l'utilizzo di strumenti moderni che lo hanno arricchito.

 

Ti consideri un padre della musica elettronica, responsabile soprattutto di averla resa popolare?

Sì, penso che Oxygene abbia contribuito a rendere popolare la musica elettronica, e allo stesso tempo adesso sono ossessionato dal tentativo che si fa di portare la musica sperimentale elettronica a essere popolare. Oxygene è stato un primo tentativo per far scoprire nuovi suoni, nuovi strumenti e un differente mondo musicale. Sono convinto che la musica elettronica, a differenza del rock, dell'hip-hop e del punk, sia un altro modo di affrontare la composizione, un diverso tipo di ricerca sonora, molto più attenta a ogni singola nota.

 

Oggi l'elettronica e gli strumenti elettronici fanno parte del processo creativo. Quanto lo influenzano?

Moltissimo! Pensa ad esempio cosa ha significato l'avvento del Pro Tools (il software audio per la produzione ed elaborazione delle registrazioni, ndr). Sono strumenti potenti che abbinati alla propria creatività permettono di elaborare musica secondo criteri e schemi nuovi e differenti.

 

Oxygene ha 30 anni ed è ancora un classico della pop music. Lo avresti mai immaginato mentre lo elaboravi?

No, assolutamente no, non ne avevo idea. La casa discografica di allora lo pubblicò anche controvoglia, non lo riteneva un album interessante, non c'erano le solite canzoni, i suoni erano strani e anche la copertina non piaceva. D'altronde la musica elettronica era considerata la disumanizzazione della musica stessa, concettualmente difficile come quella dei Tangerine Dream (band tedesca dei primi anni 70, coeva dei Kraftwerk, capostipite della scuola elettronica, ndr). Al contrario penso che gli strumenti analogici dell'epoca avessero un suono centrale, molto caldo anche se grezzo. Era come dipingere su una tela con le dita, un tocco sicuramente non perfetto ma più fisico. O come cucinare, un'attività molto sensuale ed emotiva. Non era musica astratta, ma concreta, anche perché da parte mia c'era anche una cifra latina. Quel disco era composto e suonato direttamente da me; tutto nasceva dalle mie mani e dalla mia mente, niente era meccanico, ma anzi, era fisico e passionale. Questa è la differenza: nella musica elettronica spesso si sviluppano sequenze automatiche e ripetitive, Oxygene andava controcorrente, era unico e personale. Per questo la gente lo ha capito e lo ha premiato.

 

Quanto tempo impegni per creare e sperimentare?

Moltissimo, è l'essenza e la sostanza del mio lavoro. Cercare nuovi suoni, nuove idee, è fondamentale. Mi piace ascoltare ed elaborare i suoni reali come quello di una chiacchierata, il rumore della strada o della pioggia, oppure più astratti come il suono della luna.

 

E come lo immagini il suono della luna?

Potrebbe essere un mix tra il bzzz di una lampadina, il rumore della bambagia, il soffio di uno strano vento e una linea vocale morbida, di un soprano. È bello poter visualizzare le immagini attraverso i suoni, è bello scoprire nuove immagini con i suoni.

 

Oggi, nelle attuali condizioni artistiche, discografiche e di pubblico, un album come Oxygene potrebbe nascere e imporsi con lo stesso successo?

È una domanda bella e molto difficile...Probabilmente no. Perché ogni cosa ha il suo tempo. Le possibilità tecnologiche digitali di oggi sono differenti e io rispetto le idee moderne. Il problema però va oltre noi: stiamo vivendo in un'epoca del riciclo, dove soprattutto le idee sono riciclate. Non so se è meglio o peggio, ma è la situazione attuale. Regna il vintage in molte forme d'arte e si mischiano stili e idee dei decenni passati, dagli anni '60 ai '90. Anche le nuove rock'n'roll bands suonano molto vecchio, rifacendosi a modelli passati. Poi in generale c'è un concetto di scherzo, di divertimento continuo, e Oxygene non era così. Ma lo stesso penso che valga per le canzoni dei Beatles, di Bob Dylan, di Hendrix, tutti dotati di un'originalità che va oltre, che non si può certo ripetere e rigenerare oggi.

 

C'è una relazione tra Oxygene, la tua musica in genere e l'ambiente, la sua difesa e la lotta all'inquinamento?

Sì, ma non è così diretta. Nel senso che questo disco non è ambientalista ma è la celebrazione stessa della bellezza del pianeta, per me fonte inesauribile di idee e d'ispirazione. Mi piace molto suonare questa musica all'aperto perché c'è un contatto diretto con l'atmosfera e con l'ambiente.

 

Cosa vuoi comunicare con la tua musica?

Emozioni forse. Emozioni che permettano alla gente che ascolta di crearsi un film nella propria testa, una proiezione personale e unica. Il compito della musica e del cinema è di creare nuove storie con strumenti differenti. Con un album strumentale le parole sono completamente sostituite dalle sensazioni e dall'emozioni create con le note, senza alcun altro supporto. È più difficile, ma allo stesso tempo lasci che la musica sia l'unica responsabile di queste creazioni.

 

Rifaresti anche la seconda parte di Oxygene, uscita nel 1997, oppure no?

In un certo senso la seconda parte di Oxygene (con le tracce dalla numero 7 alla 13, ndr) fu un errore. Mi piace quel disco, ma per farlo ho dovuto combattere contro molte cose. Innanzitutto l'inesperienza: quando uscì Oxygene Part Two si era in fondo ai primi anni dell'era digitale, e anche il supporto CD era relativamente nuovo. La sua maggior capacità di spazio mi ha portato ad allungare troppo le tracce, che ora penso dovessero essere molto più corte. Ma allepoca si sentiva molto questa necessità, la voglia e la possibilità di riempire un CD e così mi sono lasciato andare. Con il vinile questo non poteva succedere.

ven, 11 gen 2008 - articolo di Luca Trambusti

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