David Peace: l’inferno di Tokyo

È da quando ero molto giovane, dieci o undici anni credo, che ho iniziato a interessarmi e ad amare la musica. A casa mia, a Tokyo, ho unimpressionante collezione di cd, qualcosa che assomiglia alla colonna sonora della mia intera vita. Sono cresciuto nel post punk e dunque posso affermare che sono i Joy Division il mio gruppo preferito. Una band capace di rendere un suono violento e preindustriale, come in fondo era a livello emozionale la società che ho raccontato nei miei primi libri. Parliamo subito di musica, incontrando, in un elegante albergo romano, David Peace. Promosso dalla illustre rivista anglosassone Granta come miglior scrittore di lingua inglese, Peace è un apolide per necessità e scelta. A 24 anni, nel 1991, ha lasciato lo Yorkshire per insegnare inglese allestero, prima a Istanbul e poi a Tokyo, dove si è sposato e ha costruito la sua famiglia. I suoi primi romanzi sono la portentosa quadrilogia del Red Riding Quartet (1974 e 1977 con Meridiano Zero, Millenovecento80 e Millenovecento83 per il Saggiatore). Quattro volumi che rappresentano una vera e propria discesa agli inferi sulle tracce dello squartatore dello Yorkshire, serial killer protagonista delle vere cronache dellepoca. Peace scrive noir, anche quando dà alle stampe GB84, allucinata e dolorosa cronaca dellanno di sciopero dei minatori inglesi contro il governo Thatcher.

 

Peace presenta ora il primo volume di una seconda, cupissima trilogia: Tokyo anno zero. Ambientato in Giappone nel torrido agosto 1946, il romanzo segue le indagini di un ispettore di polizia tra le rovine di una società distrutta, tra le macerie dello spirito giapponese, umiliato e vinto dalla potenza americana. Indagini che prendono vita dal ritrovamento di giovani corpi di donne, straziate e uccise, nei parchi della città degli imperatori. Lispettore Minami è il simbolo più alto della scrittura di Peace: porta con sé tutte le ossessioni dei personaggi già conosciuti nei romanzi dello Yorkshire. Personaggi che non dormono, abusano di pillole e calmanti, che vivono un costante e violento senso di colpa nei confronti dei propri affetti, trascurati e abbandonati per seguire le proprie ossessioni. Una scrittura musicale e ieratica scandita da ripetizioni e onomatopee, distribuita su più livelli di linguaggio e coscienza.

 

Ascolto musica in maniera ossessiva, mentre scrivo la prima stesura dei miei romanzi. Ognuno è ambientato in uno specifico anno, e dunque ascolto quella che è stata la musica di quel periodo. Per esempio, mentre scrivevo 1977 la mia colonna sonora è stata il punk, ma anche il pop e il reggae che proprio allora si affacciava nella cultura musicale internazionale. Joy Division, Sex Pistols, Damned, Clash: sono i loro testi e i titoli delle loro canzoni a scandire i capitoli di 1977. A livello pratico la musica è uno strumento eccezionale per uno scrittore. La lingua parlata evolve molto rapidamente, e la musica può servire dizionario attivo, permettendo di recuperare un gergo, delle espressioni ormai passate completamente di moda. Uso la musica più di ogni altra cosa per dare vita a un periodo storico.

 

Peace segue la nuova frontiera della crime fiction seguendo la strada aperta da James Ellroy e Derek Raymond: un sentiero impervio dove il concetto primario di protagonista è infuso in uno scenario più grande e vitale, dove tutto parla, urla, chiede pietà. Uno scenario, ancora una volta, disegnato con laiuto delle musica: Cè ancora molto spazio per il suono nella mia scrittura, i miei gusti si sono allargati, espansi. Ora ascolto anche molta musica classica e ho scoperto, proprio scrivendo Tokyo Anno Zero, la forza e la capacità evocativa della musica giapponese. Quanto allispettore Minami è lemblema delle ossessioni dei protagonisti memorabili di Peace: non dorme, gli servono calmanti che costano informazioni e che può procurarsi soltanto dal nuovo capomafia che governa il mercato generale, ha una famiglia che ignora e verso la quale si sente in colpa, si intrattiene con un'amante che eleva a deità della purezza, macina chilometri a piedi tra abitanti che cercano qualunque cosa tra rovine di cemento e carcasse di cani, è assediato da sospetti interni e cospirazioni che fioccano ovunque.

 

Le compulsive ripetizioni à la Peace (soprattutto le parole giapponesi: il tichettio dell'orologio, i colpi di martello) mettono in luce una realtà autentica e allucinatoria al contempo, cioè che oggi nessuno è quello che dice di essere. Nessuno è quello che sembra.... Questo ritmo che non dà fiato è percorso da un altro classico stilema di Peace: tra le parti del libro scorre inarrestabile un fiume di fango e sangue, ed è una descrizione, continuamente interrotta, della guerra con la Cina, realizzata in una prosa clamorosamente poetica. Una scelta linguistica, strutturale e immaginativa che dimostra quale coraggio contraddistingua questo autore. Riuscire a comporre una storia appassionante e descrittivamente prodigiosa di Tokyo nel '46, e farlo senza ricorrere all'appoggio naturale della bomba atomica, non è manierismo: mostra quanto David Peace sia capace di penetrare nelle devianze della mente e del reale, utilizzando alla perfezione il canone noir per farlo esplodere internamente con visioni infernali. Tokyo anno zero (titolo che è un evidente omaggio a Germania anno zero di Rossellini) è un inabissamento in una realtà che sembra parallela e che invece fu storica. E giunge a noi, grazie alla penna di questo incredibile autore, come un vento di tempesta, privo di radioattività ma colmo di immagini spettrali, facendo sbattere violentemente le persiane delle sicure casette monofamigliari della nostra narrativa.

ven, 8 feb 2008 - articolo di Fabio Mancini

Tag: David Peace

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