Garbo: blu, giallo e vetro

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Qualcuno ha fatto un torto a Garbo. È successo nei primi anni Ottanta, quando dava inizio alla sua carriera affacciandosi dai teleschermi, emaciato e raffinatissimo. Sembrava un meraviglioso fantasma prodotto dal tubo catodico. Ecco, dicevamo, qualcuno banalizzò la sua figura riducendolo a un epigono italiano di David Bowie. Con quel paragone lartista milanese ha dovuto fare più volte i conti. Sì, non potendomi chiamare il Duca Bianco, mi chiamavano il Duca Beige! ricorda serenamente. Ma tutto ciò mi ha fatto sempre sorridere. Poco ha inciso nel mio percorso. Daltronde in Italia cè sempre la tendenza a fare paragoni. Anche nello sport. Quante volte abbiamo sentito dire: il nuovo Maradona oppure il nuovo Pelé?. Garbo è un musicista concentrato sul suo cammino, talvolta accidentato come quello dei pionieri ma più spesso costellato di intuizioni folgoranti. Esce in questi giorni Come il vetro, il nuovo lavoro che va a chiudere la trilogia comprendente anche Blu e Giallo elettrico.

 

Qual è lidea che sta alla base della trilogia dei colori, di cui Come il vetro, a vedere il packaging, sembra rappresentare il rosso?

In realtà il rosso è il colore della copertina solo per coincidenza. La foto è stata scattata in un club in allestimento, le cui pareti sono rosse. Ma lalbum si chiama Come il vetro perché evidenzia un desiderio di assenza di colore. O di totalità di colore. La trilogia è nata dal bisogno di fare una sintesi di ciò che proviene dal mio passato, del mio presente e di qualche stimolo che arriva da un potenziale futuro. Credo che fra un anno la pubblicheremo per intero in un cofanetto. Perché? Ho provato a immaginare un ragazzo che si imbatte nel mio lavoro, ma non ne conosce il passato: attraverso questa trilogia volevo dare la possibilità di scoprire i contorni del mio progetto. Credo che qui dentro ci sia Garbo.

 

Ansia, futuro, sviluppo. Nei tuoi lavori si sente una forte presenza di uno scenario urbano, tecnologico, a volte livido. Cè un riferimento allorizzonte del post-umano e del post-organico?

Sì, ma è interiore e velato. Sento una forte ansia per i tanti interrogativi e le poche risposte che ci lascia intravedere il futuro. Ma è come se lo scenario si stesse pian piano delineando.

 

In che maniera?

Non so dire cosa avverto del futuro, anche se lo avverto molto. Non necessariamente il mio, ma un futuro più ampio, collettivo. Oppure, al contrario, penso a un futuro definitivamente non più collettivo. Ricordo quando, in unintervista, Leonard Cohen disse che siamo lanciati a cento miglia allora e siamo a venti metri da un burrone. Anche se freniamo non è più possibile evitare la caduta. Una considerazione spietata, ma ragionevole. Non sono altrettanto catastrofista, ma ho molte paure e mi faccio molte domande su ciò che sarà.

 

E infatti nella tua musica stai sempre attento a non trasformare in catastrofismo questa tensione continua. Semmai questa sensazione è stemperata in una sorta di malinconia romantica.

È dovuto alla mia indole. Ma anche al fatto che non voglio sentirmi un giudice. Penso ai miei pezzi non come a racconti non sono capace di raccontare , ma a immagini. Uso la musica come se stessi fotografando, dipingendo o filmando. Nel caso di Come il vetro ho cercato lelemento comunicazione. Mentre realizzavo questi brani volevo emozionarmi per tentare di emozionare chi li ascolterà. In Giallo elettrico era più vistosa la ricerca sonora e la necessità di compattezza.

 

Cè un verso di uno dei nuovi pezzi, Voglio tutto, che mi ha colpito moltissimo. Canti: Lo sai che cosè un mondo? Voglio che sia rumore.

È una foto, ma non so spiegarne il soggetto. Una visione. Una zona disturbata, rumorosa. Il rumore che intendo è quello psicologico. È un verso che mi assomiglia: mi sento spesso fuori luogo. Immagino un mondo più interessante, psicologicamente disturbato.

 

Di solito il rumore viene associato al fastidio. Invece in questa lettura tu gli cambi il segno, gli dai una valenza positiva.

Era questo lintento. Mi piacerebbe avere a che fare solo con persone disturbate e quindi rumorose!

 

Come il vetro evoca fragilità. Rappresenta un momento delicato?

È un lavoro fragile perché ho cercato la massima onestà comunicativa. Desideravo essere onesto soprattutto nei confronti di me stesso. Non mi sono nascosto dietro il tentativo di fare un album compatto e concettuale. Volevo semplicemente esprimermi, mettermi a nudo. Mettersi a nudo davanti a se stessi è molto più difficile che farlo davanti ad altri. È più spietato!

 

Nel singolo Voglio morire giovane cè una bruciante tensione adolescenziale, quasi la volontà di costruire un inno generazionale. Fa venire in mente anche il personaggio di Charlie dei Baustelle, che vuole morire a quindici anni.

Non ho scritto io questo pezzo, ma Tao. E ho avvertito il suo tentativo di renderlo un inno generazionale. Ovviamente io sono solo portavoce di questa tensione. Ma allo stesso tempo mi piaceva lidea di farla mia. Confesso che sono attratto dalla possibilità di realizzare inni generazionali. Ci ho sempre provato, magari con scarsi risultati: mi riferisco a canzoni come A Berlino Va bene, Generazione, Vorrei regnare.

 

Come credi che si sia evoluta e si stia evolvendo la tua carriera?

Non so assolutamente dove sto andando e non lho mai saputo! Ogni volta che finisco un album, ho la sensazione che sia lultimo nel senso che non saprei da dove ricominciare.

 

Che effetto ti ha fatto Congarbo, il disco tributo uscito lo scorso anno?

Puro stupore. E gratificazione! Non mi sono mai sentito una star o un cantautore per tutte le generazioni! Era già stato molto bello lavorare con i Delta V. Nel loro album Psychobeat decisero di inserire la mia Quanti anni hai? e mi chiesero di parteciparvi. E anche con Boosta dei Subsonica quando realizzò il progetto Iconoclash. Ma posso starci: in fondo, anche in senso anagrafico, sono lo zio di tutti loro!

ven, 12 set 2008 - articolo di Mauro Petruzziello

Tag: Garbo

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