Ben Harper: la luce oltre la siepe

"Piccole bugie per tempi bui": il ritorno del chitarrista che rubò il carisma a Jimi Hendrix

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Esce oggi White Lies For Dark Times (leggi la recensione), il disco di Ben Harper che lo vede affiancarsi ai Relentless7, la band che nel 2005 aveva contribuito a definire il suono del brano Serve Your Soul offrendo al musicista di Claremont la possibilità di guardare al futuro con uno sguardo rinnovato. Giunto a Roma per esibirsi all'Earth Day, Mr. Harper si è intrattenuto in un incontro con la stampa sfoderando intelligenza, fascino e la sua innata eleganza.

 

Cosa fai nella vita di ogni giorno per rispettare l'ambiente?

Sono convinto che l'ambientalismo abbia a che fare con il nostro comportamento, la nostra cultura, le nostre relazioni; il modo in cui educhiamo i nostri figli o affrontiamo la fame o il problema dei senzatetto. Se ognuno di noi si sforza di comportarsi in maniera dignitosa possiamo sperare di andare avanti. Perché la verità è che il pianeta continuerà a esistere anche quando noi non ci saremo più. Personalmente cerco di rispettare l'ambiente a partire dai piccoli gesti.

 

Sono state fatte scelte ambientaliste nella registrazione, produzione e diffusione di White Lies For Dark Times?

Quando ho iniziato a fare questo mestiere esistevano ancora le cassette e sebbene non si utilizzino più, questi oggetti di plastica rimarranno sulla faccia della terra per tanto, troppo tempo ancora. È interessante come, in questo senso, si siano fatti degli enormi progressi. Oggi è possibile realizzare un disco usando carta riciclata e inchiostro a base di soia, accorgimenti che ho preso anche io per il mio album. Tuttavia non va dimenticato che determinati cambiamenti sono stati imposti all'industria discografica dalla tecnologia e forse è proprio la tecnologia che può aiutare l'ambiente. Infatti l'ultimo pezzo del puzzle, nella produzione di un album, è lo stesso compact disc, un ostacolo da superare se si vuole tutelare l'ambiente. Ovviamente l'aspetto tecnologico non depone a favore del capitalismo.

 

In che senso?

Si sta arrivando a un punto in cui non sarà più necessaria la presenza di un disco e di conseguenza l'industria non avrà più lo strumento fisico da vendere. So che il mio punto di vista può essere estremo e io sono un tipo estremo qualche volta, quando serve. La verità è che il solo fatto di vendere musica di per sé è assurdo. Che Ben Harper nella sua carriera possa fare più quattrini di quanti non ne abbia fatti Vivaldi è un crimine! Scommetto che Beethoven, Chopin e Mahler non guadagnavano un centesimo, probabilmente lavoravano a corte per un re o una regina senza essere pagati. Non fraintendetemi, i soldi non mi fanno schifo, li prendo volentieri, ma a mio avviso il 10% dell'incasso di ogni disco venduto dovrebbe essere devoluto a un compositore classico scelto dall'artista.

 

Perché hai deciso di intitolare il nuovo disco White Lies For Dark Times?

Credo che siamo arrivati a un punto nella nostra storia in cui il termine perché è stato abusato e con questo non intendo insultare nessuno. Quando si legge ad esempio un libro come To Kill A Mockingbird (Il buio oltre la siepe, ndr) di Harper Lee, ognuno ne trae qualcosa di diverso. Io potrei definire il titolo del mio disco, ma la mia definizione rappresenterebbe soltanto me e non quello che la musica dovrebbe realmente trasmettere. To Kill A Mockingbird si definisce da solo attraverso tutto ciò che c'è in quel libro. La stessa cosa vale per un film o per un quadro. Mi piace il fatto che un titolo stia in piedi da solo e mi auguro che White Lies For Dark Times sia abbastanza forte da farlo, al pari di un haiku. Vorrei che fosse l'ascoltatore a spiegarne il perché. Sia chiaro, con questo non voglio assolutamente paragonare il mio disco a un grande classico della letteratura!

 

Prendendo spunto dal titolo del tuo primo lp Pleasure and Pain, nei tuoi dischi c'è sempre una componente di piacere e una di dolore. Come fai a coniugare e trovare un equilibrio così perfetto tra questi due estremi?

Sono le estremità della vita stessa: tutto quello che c'è in mezzo è la trattativa continua tra questi due aspetti. Questo è il mio processo creativo; cerco sempre di trovare un equilibrio, una negoziazione tra il piacere e il dolore, e in un certo senso quello che faccio è un lavoro quotidiano. È anche vero che se non riesco a farlo bene può accadere che un dolore può portarmi a provare piacere. Se al contrario considero il piacere come qualcosa di scontato posso finire col provare grande dolore. È come se fosse uno l'uscita e l'altro l'ingresso, con me che continuo a girare in circolo, entrando e uscendo dal cerchio.

 

La scelta di affiancarti a una nuova band è dovuta a una ricerca sonora?

Nella mia vita da musicista ho fatto tante cose diverse. Ho suonato con Solomon Burke, John Lee Hooker, Brian McGee, Paul McCartney, Ringo Starr, Rahzel dei Roots, ed è stato un viaggio musicale incredibile che non avrei mai immaginato di fare. È impossibile prevedere in quale direzione mi muoverò, il processo creativo non funziona in questa maniera. È come se fosse una bussola: a seconda della direzione in cui la muovi, l'ago punta verso una direzione diversa. Mi ritengo assolutamente fortunato per le opportunità musicali che ho avuto nella mia vita, i Relentless7 sono la celebrazione di quella che è stata la mia esperienza fino ad oggi e allo stesso tempo la direzione che ho preso rispetto al futuro.

 

Cosa individui di nuovo nella tua musica grazie ai Relentless7?

Quello che ho imparato da Jason Mozersky, Jordan Richardson e Jesse Ingalls è di avere assoluta fiducia nell'ignoto. Il nostro lavoro si differenzia dal passato nel senso che si è instaurato un rapporto diverso, essendo loro persone diverse da quelle con cui avevo lavorato precedentemente. È una questione di chimica. Non abbiamo mai discusso su quali fossero le influenze quando si è trattato di fare questo disco. In verità non avevamo proprio pensato di realizzare un disco. Semplicemente avevamo suonato insieme ai tempi del doppio album Both Sides Of The Gun, dando vita a Serve Your Soul, e ho riconosciuto immediatamente l'alchimia che era nata fra noi. Così non appena ho potuto, sono ritornato in sala con loro per reinvestire su quella magia. Perché più diventi vecchio e meno tempo hai da perdere. Dai cinque brani che sono venuti fuori da quelle session ho capito che si trattava di qualcosa di speciale che necessitava di un suono a sé, un disco a sé, una band a sé e un movimento musicale a sé.

 

Di recente hai dichiarato di voler cancellare il tuo nome dal marchio del gruppo, per uscire solamente come Relentless7. Quanto ci vorrà perché questo accada?

Ho un contratto con la Emi e lo rispetto. Diciamo che se non fosse per la mia etichetta sarei probabilmente all'angolo di una strada con un cappello per raccogliere spicci! Finché sarò sotto contratto con loro, i miei dischi dovranno uscire con il mio nome. Non faccio però parte di quella categoria di artisti che parlano male delle grandi case discografiche, anche perché in genere lo fa chi non è riuscito ad avere un contratto con una major. Se non ci fosse la Emi non ci sarebbero stati i Beatles o Nat King Cole, se non fosse stato per la Geffen Records non ci sarebbero stati i Nirvana. Le case discografiche hanno un ruolo fondamentale nel traghettare la musica alle persone. Ma per tornare alla domanda, credo che quanto meglio andranno e quanto più popolari diventeranno i Relentless7, tanto più rapida sarà per me la possibilità di togliere il mio nome dal progetto che stiamo portando avanti insieme.

 

Qual è l'America che volevi rappresentare con White Lies For Dark Times?

La nuova America, quella del cambiamento. In tutti questi anni non mi sono mai stancato di dire che al di là di Bush e dei suoi elettori esisteva un'altra America che rappresentava la maggioranza. L'elezione di Barack Obama prova che non erano parole senza fondamento. Non siamo ancora usciti dal bosco, ma stiamo andando nella direzione giusta. Piuttosto, dov'è quel tipo con la barba lunga? (si guarda intorno cercando il critico musicale Paolo Zaccagnini, ndr). Lultima volta mi aveva detto: "Obama? Scordatelo, non diventerà mai presidente!".

ven, 24 apr 2009 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: Ben Harper

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